The Malta Experience. Racconti da un’isola-prigione

Un documentario prodotto dal Progetto Melting Pot
Europa

The Malta
Experience
. Un video di Alessandra Sciurba
Montaggio: Beatrice Barzaghi
Una produzione Melting Pot Europa
Durata:34 minuti

The Malta
experience
era il nome del percorso turistico tra le bellezze dell’isola
pubblicizzato ovunque per le strade della Valletta. Noi abbiamo scelto di
seguire l’altro itinerario, quello che, se non apri bene gli occhi, puoi anche
non incrociare mai. Così abbiamo
incontrato il racconto lucido e coraggioso di rifugiati politici non
riconosciuti, infuriati contro l’ipocrita retorica europea dei diritti umani, o
quello colorato e pieno di sogni di bambini di dieci anni che hanno
attraversato la detenzione amministrativa con incredibili strategie di
resistenza.
The Malta Experience è il nome che abbiamo voluto
prendere in prestito per raccontare quello che i normali turisti in gita a
Malta non vedranno mai.

[nel video you tube un trailer del documentario]

Lo abbiamo fatto attraverso le immagini rubate dei tanti
centri di prigionia per migranti presenti sull’isola; lungo le strade brulle e
desolate percorse quasi solamente da donne, uomini e bambini africani che
vagano senza uno scopo e senza la possibilità di andarsene; nei luoghi di
“accoglienza” autogestita dove tutti i migranti approdano, dopo essere passati
attraverso la detenzione, e che sempre più diventano cittadelle- ghetto
tagliate fuori dal resto del mondo. Ed è continuamente la stessa storia quella che si ascolta
dalle voci di tutti i ‘viaggiatori non autorizzati’ che, quasi stupiti che
qualcuno glielo chiedesse, hanno accettato di parlare della loro vita: “non
volevo arrivare a Malta. Qui non c’è futuro”. “la barca si è rotta , e allora…”
. “avrei voluto arrivare in Europa”. “Vorrei un po’ di pace, vengo dal Darfur”.
“vorrei un lavoro, soltanto questo”. “i maltesi non ci amano, è pericoloso
vivere qui”…Ma il percorso è obbligato, crudele, e senza eccezioni per nessuno.
Chiunque arrivi sull’isola facendo
‘ingresso irregolare’ viene rinchiuso per un periodo massimo di 18 mesi. Anche
se si tratta di bambini, donne incinte, potenziali richiedenti asilo
.

Chi arriva a Malta, per il Regolamente n. 343 del 2003, la
cosiddetta “Convenzione di Dublino II”, può chiedere asilo solo in questo
micro- Stato, e se riceve una protezione temporanea per motivi umanitari è solo
lì che può permanere. Se riesce ad allontanarsi e a raggiungere un altro paese
europeo può venire intercettato dalla polizia, identificato attraverso il Sistema
Informativo Schengen o l’Eurodac e ricondotto indietro sull’isola- prigione. Al
contempo, chi riceve un diniego è costretto a rimanere comunque sul territorio
con nessuna possibilità di lavorare e di costruirsi una vita dignitosa. Alla
fine di un periodo di detenzione dalla finalità incomprensibile e attuato in
condizioni assolutamente disumane, tutti i migranti rimangono quindi sul suolo
maltese.

È facile comprendere come questa difficile situazione
abbia inasprito gli animi della popolazione autoctona, tanto più che i soliti
politicanti di impronta razzista hanno approfittato della condizione di
oggettiva difficoltà per avviare campagne apertamente xenofobe che hanno reso
la vita dei migranti presenti sull’isola ancora più precaria e pericolosa. Ma
il nostro lavoro, al di là di denunciare il comportamento del governo maltese e
di alcune frange della popolazione dell’isola, parla di questa storia in quanto
esempio eclatante di ciò che l’Unione europea chiede agli Stati che iniziano il
loro processo di adesione e che poi entrano a farne parte. Ciò che Malta fa è ciò che l’Ue le chiede di fare,
lasciandole certo ampio margine nella definizione dei dettagli
.

Ciò che Malta ha fatto negli ultimi anni ha reso evidente la contraddittorietà
crudele delle politiche migratorie europee, sempre inefficaci rispetto agli
scopi dichiarati e sempre pronte a rinegoziare equilibri politici ed economici
usando come moneta di scambio i corpi vivi dei migranti. Probabilmente questa
situazione, data la sua ingestibilità, troverà una rapida evoluzione. Magari i
centri di dtenezione subiranno lo stesso processo di ‘umanizzazione’ ipocrita
che sta attraversando anche i Cpt nostrani, magari si implementeranno le
deportazioni dall’isola verso improbabili Stati d’origine o verso ‘paesi terzi
sicuri’ che di sicuro per la sorte dei deportati avranno ben poco.

E così abbiamo voluto fermare l’istante presente per
raccontare di un’ isola- campo che, accettando di diventare ‘deposito’ senza
alcuna prospettiva per centinaia di persone, assume una funzione indecifrabile
persino alla luce di quei processi di clandestinizzazione e sfruttamento attivi
quasi ovunque nel resto dell’Europa.

Chiunque
fosse interessato a ricevere una copia di "The Malta Experience"
può
scrivere alla redazione di Melting Pot – redazione@meltingpot.org

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