"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri"
(don Lorenzo Milani)

   

 

Torino, gli operai soli, feriti a morte - intervista a Marco Revelli

noracismnews | 12 Dicembre, 2007 02:48

Marco Revelli racconta la deriva di una città che ha perso l'identità e l'anima, incapace di vivere persino il lutto con chi muore lavorando il ferro con il fuoco. Una lettura impietosa di Loris Campetti
Marco RevelliGli operai torinesi, soli, «senza rappresentanza e senza rappresentazione». Marco Revelli è sconvolto da quel che succede nel mondo separato di una multinazionale tedesca, ma è sconvolto anche dalla risposta solo operaia alla tragedia delle ferriere, in una città come Torino che aveva una storia e una memoria di solidarietà trasversale, e oggi l'ha perduta. Pensa al lavoro operaio, Revelli, un obbligo e una maledizione. Cancellato, invisibile. In una «Torino gelida da ogni punto di vista».
Hai scritto molto sul Novecento e sull'uscita da questo secolo segnato dall'homo faber. Hai anche ipotizzato un ritorno all'Ottocento, alle radici del movimento operaio, alle società di mutuo soccorso. La strage alla ThyssenKrupp ci dice che siamo tornati nell'Ottocento, al ferro e al fuoco. Certo non è a questo Ottocento che pensavi.
Questo è l'Ottocento dei padroni delle ferriere. Non c'è la solidarietà, se non quella di un pezzo di società operaia. Il corteo di oggi (ieri per chi legge, ndr) segna la fine di Torino operaia e democratica. Nel corteo c'era una parte sola, c'era il lutto di una sua sola parte. La composizione del corteo era impressionante, una massa scura di facce operaie. Tanti, forse trentamila, e soli, non più la città intera. C'erano gli operai di Torino a piangere i propri morti. Le altre tante Torino non c'erano, ognuna a ricorrere i suoi guai. I negozi erano chiusi, ma perché il lunedì mattina sono sempre chiusi: nei giorni precedenti non ho percepito dolore e intensità di passioni nel corpo cittadino. C'erano le istituzioni, è vero, distanti però, e come tali percepite dagli operai. Pensa cosa sarebbe successo trent'anni fa in una situazione analoga: nel palco ci sarebbe stato al centro il sindaco con la fascia tricolore, e il consiglio comunale, e i rappresentanti dei partiti «di classe», e il presidente della Camera. Invece questa volta chi c'era? Gianni Rinaldini, a prendersi quei fischi rabbiosi che, insieme a pochi altri, non avrebbe meritato. Nessuno che davvero è parte del ceto politico ha preso la parola. Bertinotti c'era, per fortuna, ma non veniva percepito come lo sarebbe stato Ingrao trent'anni fa. E così la piazza che piange rabbiosamente i suoi morti non ha e non si aspetta solidarietà dall'esterno. Il Teatro Regio non ha effettuato neppure un minuto di solidarietà. Sabato c'era lo shopping natalizio nelle vie del centro, come sempre.
La solitudine fa vivere agli operai gli altri da sé come un indistinto ceto politico. Ma il problema è proprio la solitudine di un popolo cancellato.
Sono i guasti di questi decenni nella composizione sociale di Torino, che ha scacciato i suoi operai in una grande buco. L'ideologia del postindustriale, del capitalismo della conoscenza, del quaternario, dei poli d'eccellenza, dei servizi avanzati ha nascosto sotto il tappeto il lavoro feroce di chi si alza e va a lavorare nel fuoco o nell'amianto sapendo di giocarsi la vita. Che strazio ascoltare le testimonianze delle mogli degli operai uccisi e feriti: non un sabato o una domenica liberi, non c'é giorno né notte, prigionieri di un lavoro che ti brucia la vita. La ThyssenKrupp è una fabbrica in via di chiusura ma tutt'altro che marginale: è un'impresa centrale, con quella che una volta si chiamava aristocrazia operaia, lavoratori con contratto regolare in una grande multinazionale. E i figli che avrebbero preso il posto dei padri, precipitati ora in una condizione intollerabile fatta di 12 ore di lavoro continuativo, e se non c'è il cambio a fine turno ricominci per altre otto ore, senza estintori, sapendo che il tuo lavoro va a morire e tu sarai stato cancellato. In quello stabilimento è rimasto chi era costretto ad accettare per forza il comando aziendale e ogni volta che entrava in quella fabbrica morente sapeva di rischiare la salute e la vita. E intanto l'altra città, distante, va avanti, non vuol vedere e sapere, per illudersi di vivere nel miglior mondo possibile.
E' l'Ottocento ma non è il tuo Ottocento. Non è neanche il Novecento della lotta di classe e dell'emancipazione collettiva. E non c'è più chi, come tuo padre Nuto, ci avrebbe raccontato chi erano i Thyssen e i Krupp nella Germania nazista.
Il mio Ottocento aveva Zola che scriveva Germinal, c'era il racconto sociale. Ora niente e nessuno fa il racconto sociale del secolo successivo, quello di Calvino o del Primo Levi della «Chiave a stella». Quattro morti e gli ustionati gravi meritano qualche cenno di cronaca che lascia presto il campo al gossip e alla cronaca mondana. Questa è la tragedia di un mondo senza rappresentanza a cui è negata persino la rappresentazione. Nel corteo mancavano tanto la Torino alta con il loden che la Torino bassa, quella dei migranti, con l'esclusione di chi fa l'operaio in fabbrica. Fino a trent'anni fa il clima a Mirafiori era lo stesso che a Porta nuova.
C'è un fossato, dici, che separa la città operaia dal resto. Come si riempie questo fossato?
E' un fossato profondo che ha cancellato il lavorio di tre generazioni, neanche il lutto riesce a colmare l'abisso. Non ci sono più i borghesi degli anni Sessanta e Settanta che camminavano spalla a spalla con gli operai, che s'incontravano in fabbrica, a volte i figli andavano nelle stesse scuole e un operaio poteva sperare per suo figlio un futuro da ingegnere. La tragedia di uno pesava sull'altro. Oggi è venuta meno anche la speranza di emancipazione, se un operaio riesce a far studiare il figlio, sa che comunque, al massimo, da grande sarà sfruttato in un call center.
La solitudine, dicevamo, distrugge la capacità di comunicare. Ma torno alla domanda precedente: come si colma questo fossato?
E' difficile capire come far atterrare l'astronave di chi naviga nella globalizzazione nel territorio delle vittime, dove si lavora il ferro con il fuoco. Mi viene da dire una sola cosa: impegniamoci a costruire un ponte sopra il fossato, per evitare di caderci dentro.

Il Manifesto 11.12.07

 

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