«Ma noi ce l’abbiamo fatta grazie all’Ue»

La storia di sette eritrei ed
etiopi fuggiti dai loro paesi, sopravvissuti a scafisti e cpt: ora ha trovato
casa a Genova. Grazie a un fondo europeo

di Alessandra
Fava, 

fonte:
Il Manifesto [23 febbraio 2008]

migranteGenova. Visi timidi o sorridenti: sono quelli di sette
immigrati eritrei ed etiopi che partiti chi due, chi tre anni fa dai loro paesi
hanno trovato finalmente un lavoro come saldatori o carpentieri, grazie a un
progetto di inserimento finanziato da fondi europei legati al progetto Iter e
altri fondi regionali e nazionali. Si chiamano Yemane, 25 anni, studente
etiope, messo in galera con l’accusa di aderire a un partito all’opposizione;
Hagos, uno studente eritreo di 23 anni che si rifiutava di andare al fronte; ci
sono anche un insegnante e un ex soldato impegnato nella guerra a bassa
intensità tra Eritrea ed Etiopia che dopo nove anni di guerra in Dancalia ha
deciso che l’unica speranza era fuggire e ancora oggi rischia ritorsioni sulla
sua famiglia anche solo a dire il suo nome. A unire le loro storie non è solo la Liguria, ma il percorso
che li ha portati in Europa. Tutti si sono riversati in Sudan, tutti hanno
attraversato il deserto libico per un mese sino ad arrivare al paese di
Gheddafi per imbarcarsi su qualche battello pagando nuovamente i passeur fino
alla Sicilia, poi i cpt, la richiesta dello status di rifugiato e l’ottenimento
del permesso di soggiorno per motivi umanitari. C’è chi racconta di aver visto due compagni morire
disidratati nel deserto. Chi di essersi trovato alla deriva verso Malta e poi
di essere stato respinto verso la
Sicilia con una fornitura di gasolio, quel che bastava per
arrivare alle coste italiane; chi di aver visto affondare poco lontano dalla
propria una barca piena di donne e bambini, in fondo al mare. Chi le ha vissute
sulla propria pelle fa fatica persino a spiegare i ricordi. «Sono felice di
essere qui perché ho imparato a sbrigarmela da solo, a fidarmi degli italiani,
ad entrare in contatto con la gente di qui – dice Ismail, impiegato ora in una
ditta di serramenti del Tigullio dove è l’unico straniero – in Italia ho
imparato anche a dimenticare il viaggio, specie il più terribile, quello nel
deserto quando siamo stati senz’acqua per un mese su una Toyota in grado di
portare una decina di persone, stipati invece in quaranta. Quando arrivi al
Mediterraneo ti pare già di aver raggiunto la terra promessa». Viaggi disumani
che se oggi non arrivano oggi più dalla Libia arriveranno da altri paesi del
Nord Africa, viaggi che costano anche 2400 euro tra deserto e mare, spesso
pagati più volte perché qualcuno teme di morire e torna indietro per riprovarci
più tardi.

Per questi sette la vita ha trovato una svolta grazie a un
progetto realizzato dal Villaggio del ragazzo di San Salvatore di Cogorno con
finanziamenti del Ministero del lavoro, della Regione Liguria e soprattutto del
Fondo sociale europeo attraverso Iter. «Il miracolo è stato mettere insieme
diversi enti trovando un percorso individuale d’inserimento», ha spiegato il
coordinatore Antonio Zampogna. Insomma colloqui, visite mediche, un
accompagnamento in una struttura di accoglienza. Cose che però non sempre si
realizzano facilmente, come racconta il responsabile progetto stranieri adulti
del comune di Genova, Danilo Parodi: «A Genova abbiamo 90 posti d’accoglienza
per chi ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, lì forniamo
cibo, ospitalità, biglietti dei mezzi o piccoli aiuti economici. A livello
nazionale sono 2500, a
fronte di un trend annuale di arrivi che supera le 10 mila unità. Per cui non è
difficile calcolare che ogni anno ci sono 6-7 mila persone che rimangono fuori
e orbitano soprattutto su Milano e Roma». Il gruppetto adesso vive in una casa
propria, chi a Genova, chi a Chiavari. Può mandare soldi a casa, dove alcuni
hanno lasciato moglie, figli e genitori. Tornare a casa è difficile, almeno
finché non cambierà la situazione politica. Una legge del 19 gennaio però
permette a chi ha i permessi per motivi umanitari di chiedere il
ricongiungimento familiare.

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