Rom, qualcosa di sinistra

di Fabrizio Rondolino – fonte La Stampa del 9.11.07

“Possiamo imboccare
la strada dell’apartheid, per esempio sgomberando le baraccopoli, procedendo a
espulsioni di massa, internando chi non è in regola, modificando le leggi,
pattugliando le coste, affondando le barche che violano le nostre acque
territoriali. Poiché il flusso migratorio non può fermarsi, e dunque non si
fermerà, è probabile però che la strada dell’apartheid porti a una progressiva
militarizzazione della nostra vita quotidiana, senza che la nostra sicurezza ne
risulti accresciuta. Oppure, possiamo aprire gli occhi alla realtà e, per
esempio, scoprire che gli ideali antichi e le parole dimenticate della sinistra
non soltanto hanno un senso, ma addirittura indicano la soluzione oggi più
ragionevole, perché più pratica e più efficace.
È questo che si
vorrebbe da Walter Veltroni: che il capo della sinistra attinga alla grande
tradizione di cui è oggi il custode e l’interprete più autorevole per indicare
l’unica soluzione compatibile: l’accoglienza, la tolleranza, l’integrazione.”

La politica è fatta di scelte, ma vive di gesti simbolici.
Veltroni, il leader della sinistra italiana, anziché suggerire o sollecitare o
tollerare che l’inumana favela di Tor di Quinto fosse rasa al suolo, avrebbe
dovuto visitarla.

Avrebbe dovuto parlare con chi ci abita, fermarcisi una
notte, convocare le telecamere e dire agli italiani due cose: come leader del
Partito democratico, spiegare che i non-italiani sono tanti e saranno sempre di
più, e che è nostro preciso dovere garantire loro condizioni di vita dignitose;
come sindaco di Roma, impegnarsi a trovare quanto prima un lavoro e una casa e
una scuola per tutti i disgraziati abitanti della baraccopoli. Che senso ha
andare in Africa se non ci si preoccupa delle migliaia di stranieri che vivono
come bestie in decine di agglomerati fatiscenti – Forza Italia ne ha contati
ottanta – sparsi per Roma? E che senso ha essere e dirsi «di sinistra» se non
si condivide e non si pratica l’accoglienza, la tolleranza, l’apertura, la
pietà?

Non traggano in inganno le parole, che potranno suonare
retoriche: siamo talmente assuefatti al cinismo della sopravvivenza quotidiana
e ai suoi automatismi, da non conoscere più neppure il lessico della convivenza
civile. La questione dei non-italiani è esemplare per molti motivi: ma
soprattutto perché è un esempio di come le soluzioni moralmente più ripugnanti
– figlie dell’ondata xenofoba di cui siamo vittime e artefici – siano anche le
più stupide e inefficaci. In altre parole, la questione dei non-italiani
dimostra che etica e politica sono due aspetti di un medesimo progetto – la
convivenza umana -, e che senza un’etica robusta e condivisa la politica,
semplicemente, sbaglia. Sia chiaro: nessuno, quando si parla di «tolleranza»,
intende quella caricatura che ne fa la destra. È ovvio che le leggi vanno
rispettate, che la sicurezza va garantita perché è il fondamento della libertà,
e che chi sbaglia deve pagare. Né il rispetto delle leggi è una concessione, o
un privilegio, o un «giro di vite»: è, semplicemente, un dovere di tutti, degli
italiani e dei non-italiani. Le leggi, a loro volta, non devono contraddire la
lettera e lo spirito della Costituzione, e devono essere uguali per tutti. Sono
questi i principi dello Stato liberale di diritto, e poiché tutti dicono di
condividerli, non resta che applicarli con scrupolo e coscienza.

Ma il punto non è questo. Forse sarebbe bastato qualche
lampione in più per salvare la vita di Giovanna Reggiani; forse il decreto del
governo – che venga votato o no dalla sinistra radicale, che venga bocciato o
no dalla destra – non impedirà a un altro assassino di alzare la sua mano
omicida. È talmente evidente che il punto è un altro, che fa persino rabbia
l’incoscienza con cui i politici si rimpallano le reponsabilità, per di più
misurando queste «responsabilità» sul numero di espulsioni o di internamenti o
di arresti e mai, nemmeno per sbaglio, sulla qualità della convivenza, del
rispetto, della dignità reciproca.

Proviamo invece a ragionare sulla realtà. Nel 2000,
secondo uno studio condotto dal World Institute for Development Economics
Research delle Nazioni Unite, l’1% degli adulti più ricchi del pianeta
possedeva da solo il 40% della ricchezza mondiale, e il 10% ne deteneva l’85%;
al 50% più povero della popolazione adulta toccava invece l’1% della ricchezza
globale. Sono dati ampiamente noti, ed è improbabile che in questi sette anni
la situazione sia migliorata. Dunque è questo il nostro mondo, il mondo che
abbiamo costruito, il mondo in cui viviamo. Che quella metà del mondo che
possiede, tutta insieme, soltanto l’1% delle ricchezze, provi in qualche modo a
spostarsi verso quell’area, abitata dal 10% della popolazione, dove si trova
l’85% della ricchezza, è del tutto normale. Sarebbe strano che non accadesse. È
una specie di legge dei vasi comunicanti. Non abbiamo forse fatto così, noi
italiani, partendo per l’America, per l’Australia, per il Belgio, per la Svizzera, per la Germania? E se io
desidero mandare mia figlia a studiare negli Stati Uniti perché abbia una
formazione migliore, perché mai un ragazzo maghrebino o romeno o senegalese
dell’età di mia figlia non dovrebbe desiderare di venire in Italia per provare
ad avere una vita migliore?

Il pietismo ipocrita con cui mascheriamo la durezza del
nostro cuore ci fa parlare di «disperati»: ma chi varca il mare o attraversa il
deserto per cominciare una nuova vita è al contrario una persona piena di
speranze, proprio come lo saremmo noi se potessimo salpare per un mondo
migliore. Tutti coloro che tentano in ogni modo di venire da noi, dunque, hanno
il diritto soggettivo di farlo perché coltivano una speranza; e proprio perché
coltivano una speranza sono persone ricolme di dignità. Che risposta diamo a
queste donne e a questi uomini? La politica (e la sinistra) è prodiga di
soluzioni per i criminali, ma non sa dire una parola alle persone perbene, che
sono, come in ogni gruppo umano, la grande maggioranza.

La nostra ipocrisia non conosce limiti. Multiamo i
lavavetri ma non muoviamo un dito per stroncare il traffico indegno di ragazze
dell’Est o dell’Africa che vengono quotidianamente deportate, stuprate,
percosse e uccise esclusivamente per il nostro piacere, consumato a buon prezzo
lungo i viali mentre a casa ci aspetta una famiglia affettuosa. Radiamo al
suolo in diretta tv le capanne di lamiera e stracci che hanno ospitato un
presunto assassino, e non ci poniamo nemmeno il problema di come hanno vissuto
finora i «vicini di casa» dello sciagurato Nicolae Romolus Mailat, e di come
vivranno adesso. Coltiviamo a tal punto la paura, da scordarci di avere a che
fare con altri esseri umani. È un errore concettuale pensare che esistano
ancora le frontiere, i confini, gli Stati. Il mondo somiglia a un gigantesco
Sud Africa: è cioè una comunità profondamente divisa (un’esigua minoranza
bianca e ricca, una stragrande maggioranza «colorata» e povera), e tuttavia
costretta a convivere.

Giusto o sbagliato, è così. Possiamo imboccare la strada
dell’apartheid, per esempio sgomberando le baraccopoli, procedendo a espulsioni
di massa, internando chi non è in regola, modificando le leggi, pattugliando le
coste, affondando le barche che violano le nostre acque territoriali. Poiché il
flusso migratorio non può fermarsi, e dunque non si fermerà, è probabile però
che la strada dell’apartheid porti a una progressiva militarizzazione della
nostra vita quotidiana, senza che la nostra sicurezza ne risulti accresciuta.
Oppure, possiamo aprire gli occhi alla realtà e, per esempio, scoprire che gli
ideali antichi e le parole dimenticate della sinistra non soltanto hanno un senso,
ma addirittura indicano la soluzione oggi più ragionevole, perché più pratica e
più efficace.

È questo che si vorrebbe da Walter Veltroni: che il capo
della sinistra attinga alla grande tradizione di cui è oggi il custode e
l’interprete più autorevole per indicare l’unica soluzione compatibile:
l’accoglienza, la tolleranza, l’integrazione.

Il «buonismo» non c’entra niente, checché ne dica Casini
rimproverando quei cattolici che ancora sono capaci di dare un senso concreto
alla propria fede: c’entra invece, e molto, l’idea che si possa convivere in
pace anziché in guerra. Una terza possibilità non esiste. Agli stranieri che
vengono in Italia dobbiamo dare, nei limiti delle nostre possibilità, che
peraltro sono molto ampie, un lavoro, una casa, una scuola: dobbiamo dar loro
una prospettiva. È giusto, ed è utile. Non è detto che questa strada porti al
successo. Nel governare una società complessa, del resto, spesso limitare il
danno è già un grande risultato. Nessuno predica la pace universale: sarebbe
bella, ma sappiamo che non è possibile. È possibile invece sbagliare, e anzi
accade sovente. Ed è anche possibile provare a fare le cose in modo più serio,
più giusto, più utile, partendo dalla dignità di ogni singolo essere umano e
impegnandosi perché questa dignità dia i suoi frutti.

Se la sinistra non fa questo, oggi, subito, a che serve la
sinistra?

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