Rom, Barroso accusa

Barroso"L’Italia non ha
mai chiesto i fondi"

di Michele
Bonanni – fonte Repubblica.it

Il presidente della
Commissione europea, Josè Manuel Barroso, è famoso per la sua calma olimpica.
Eppure su questa vicenda dell’immigrazione rom e della lettera che gli hanno
inviato i premier di Italia e Romania chiedendo alla Commissione di fare di
più, la sua irritazione tracima oltre le rotondità del linguaggio diplomatico.

Il presidente della Commissione europea: "Abbiamo
messo in campo strumenti finanziari. Se uno stato lascia crescere le favelas, cosa volete
che faccia la Commissione?"

Presidente Barroso,
domani lei incontra Prodi a Roma. Che cosa risponderà alla lettera del capo del
governo italiano e del rumeno Tariceanu?

"Innanzitutto mi compiaccio della buona cooperazione
che, adesso, si è stabilita tra Italia e Romania: questa lettera ne è la prova.
Vedo che, ora, hanno anche deciso di avviare una collaborazione tra forze di
polizia e autorità giudiziarie. Per quanto riguarda la Commissione, siamo pronti
ad appoggiare gli sforzi degli stati membri. Ma vorrei ricordare che,
innanzitutto, c’è una responsabilità nazionale e anche delle regioni e delle
autorità locali".

In che senso?
"Sarebbe inconcepibile attendersi che siano le
autorità europee a promuovere l’integrazione sul territorio. Questo è
soprattutto uno sforzo nazionale, regionale e locale".

E voi?
"Noi abbiamo messo in campo strumenti finanziari e
normativi. Il fondo sociale europeo prevede programmi specifici per
l’integrazione della comunità rom. In totale abbiamo già stanziato 275 milioni
di euro e in più dato sessanta milioni a Bulgaria e Romania per questo
obiettivo nella strategia di pre-adesione. Per la Spagna sono stati pagati 52
milioni di euro, per la
Polonia 8 milioni e mezzo, per la Repubblica Ceca
oltre 4 milioni, per l’Ungheria quasi un milione.

E per l’Italia?
"Per l’Italia, zero. L’Italia non ha mai chiesto di
accedere a questi programmi. Certo noi siamo prontissimi a pagare, ma dobbiamo
farlo sulla base delle richieste nazionali. Tocca ai governi chiedere i
finanziamenti. Noi non possiamo certo imporli".

Passiamo alle
direttive.

"Quanto agli strumenti normativi, la legislazione
europea, con la direttiva del 2004, stabilisce meccanismi che consentono di
agire quando un cittadino di un altro stato membro minaccia l’ordine pubblico,
e anche di rimpatriarlo. Infine abbiamo quella che viene definita, con un
termine che io non amo, la race directive, la direttiva numero 43 del 2000, che
garantisce ai rom il diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro,
all’alloggio".

Belle parole. Però
poi vivono nelle baraccopoli.

"Ma se uno stato membro lasciano che si creino delle
favelas, che cosa vuole che faccia la Commissione? Lo ripeto: è una responsabilità
nazionale e locale. Del resto noi abbiamo già inviato solleciti di chiarimento
sulla mancata applicazione di questa direttiva a quattordici Paesi, tra cui
l’Italia. Non possiamo certo negare la cittadinanza europea ai rom. Noi abbiamo
disposto tutti gli strumenti per favorire la loro integrazione. Certo, però,
bisogna che anche loro si diano da fare per integrarsi. Ma non spetta certo
alle istituzioni comunitarie promuovere l’inclusione a livello locale".

Insomma, è tutta
colpa nostra se ci troviamo in crisi?

"Guardi io ho piena fiducia nel presidente Prodi e
sono assolutamente certo che non farà mai una legge che sia in contrasto con i
principi europei".

Però non sembra molto
contento della lettera che le ha spedito.

"Sono certo che non era nelle intenzioni di Prodi e
di Tariceanu, ma non vorrei che si avesse l’impressione che, ogni volta che c’è
una crisi, la colpa è dell’Europa. In questo caso si può fare molto a livello
nazionale e a livello locale. Se ci sono dei criminali che passano la
frontiera, il minimo che si possa fare è avvisare le autorità del Paese vicino.
Ma, anche in materia di cooperazione tra le varie polizie, tocca ai governi
occuparsene. Da tempo io mi batto per un approccio comune a questi problemi in
Europa. Purtroppo ci sono alcuni stati membri che fanno resistenza".

Quali?
"Per esempio nell’ultimo trattato il Regno Unito si è
opposto a una cooperazione più integrata in materia di polizia e giudiziaria.
Hanno addirittura ottenuto un opt-out in questo settore. La resistenza alle
proposte della Commissione per una piena integrazione delle politiche
giudiziarie, di polizia e di immigrazione è molto forte. Eppure questa crisi
non ci ha colto di sorpresa. E’ da tempo che avvertiamo i leader europei del
pericolo che la pressione demografica di certe migrazioni determini reazioni
xenofobe e razziste. E’ da tempo che diciamo che il fenomeno richiede un
approccio comune. Non facciamoci illusioni: in avvenire i flussi migratori in
Europa e verso l’Europa aumenteranno. Io lo dico da tempo: è assurdo avere 27
politiche sull’immigrazione in Europa. Dobbiamo avere una politica unica che
tenga conto sia dei problemi di migrazione interna sia dei problemi di
immigrazione dall’esterno".

Però non ce
l’abbiamo? Perché?

"Perché gli stati membri si ricordano che esiste una
dimensione comunitaria solo quando scoppia una crisi. In condizioni normali se
ne dimenticano volentieri. Per esempio sulla legalizzazione degli immigrati
clandestini, e qui non farò nomi perché non sarebbe molto elegante, ci sono
stati governi che hanno regolarizzato gli illegali senza consultare e senza
neppure avvertire i paesi vicini. Niente impediva a Italia e Romania di
stabilire questa cooperazione bilaterale prima che scoppiasse la crisi: era ampiamente
prevedibile che questo problema sarebbe esploso".

Per la verità Amato
ci aveva provato a chiedere la collaborazione di Bucarest. Ma fino alla crisi
non aveva ottenuto molto.

"Appunto. Quello che non posso accettare è l’idea che
sia tutta colpa dell’Unione europea. Questo è falso. Ed è pericoloso, perché
rischia di mettere in discussione principi che considero fondamentali".

Quali?
"Vorrei ricordarne tre. Il primo, rivolto sia ai
governi sia alle opposizioni, è che queste questioni vanno affrontate con
grande senso di responsabilità e di misura se non si vuole mettere a rischio la
stessa natura democratica dei nostri sistemi. Il secondo principio è di non
attribuire mai responsabilità collettive. Fin dai tempi dell’antica Grecia la
capacità di distinguere tra responsabilità individuale e responsabilità
collettiva è stato uno dei fondamenti della civiltà europea. Se c’è un crimine,
non è di un Paese, o di un popolo, o di una famiglia, ma di uno specifico
individuo che lo compie.
Il terzo principio è che quanto sta accadendo non è
colpa dell’allargamento. Le cifre di cui disponiamo dimostrano che c’è stata
più immigrazione rumena in Italia prima dell’adesione di Bucarest che dopo. E
l’esperienza dimostra che proprio l’ingresso nella Ue, facendo salire il
livello economico dei nuovi paesi, contribuisce a riassorbirne l’emigrazione.
L’allargamento, insomma, come Romano Prodi sa bene, non è la causa del
problema, ma la soluzione".

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