D.L. sulle espulsioni

Decreto legge sulle
espulsioni dei comunitari. L’Europa non è più "sicura".
Intervista con Enrica Rigo.
a cura di Alessandra Sciurba, Progetto Melting Pot

Ci troviamo a parlare con Enrica Rigo (Università di
Roma Tre)
delle frontiere orientali dell’Unione europea e del processo di
allargamento ad est in questi giorni nei quali la presenza dei nuovi cittadini
comunitari sul suolo italiano sta facendo molto discutere. Ricordiamo che il 31
ottobre una seduta straordinaria del consiglio dei mistri convocato d’urgenza
in serata ha approvato un decreto legge che norma la possibilità di espellere
anche i cittadini comunitari in base a considerazioni relative alla pubblica
sicurezza, nozione sempre più arbitraria ed estensiva. La decisione di
procedere tanto rapidamente è seguita al fatto di cronaca che ha vsto un
cittadino rumeno violentare e ridurre in fin di vita una signora italiana.

D. Può un fatto di cronoca del genere giustificare l’emanazione
di un simile decreto? Non dovrebbe trattarsi piuttosto di un reato penale
perseguito dalla legge dello Stato italiano in maniera “normale”?

R. Per quanto riguarda le modalità di emanazione di questo decreto
penso che il fatto di cronaca sia caduto un po’ come “la ciliegina sulla
torta”. La campagna anti-rumeni, è il caso di dirlo esplicitamente perché di questo
poi si tratta, va avanti in Italia ormai da alcuni mesi. Proprio nel momento in
cui si parlava del “pacchetto sicurezza” ed uno dei punti controversi di tale
pacchetto era quello relativo all’espulsione dei neocomunitari, è accaduto
questo fatto di cronaca che quindi non ritengo sia l’elemento determinante, ma
che potremmo considerare come un “regalo” fatto alla destra e a tutta questa
retorica anti-immigrati e anti-rumeni. Ho detto un regalo alla destra anche se,
rispetto all’ingresso in Italia dei neocomunitari è successa in realtà una cosa
abbastanza strana.Negli ultimi anni e negli ultimi mesi si era preparati ad una
forte campagna anti-islamica, su cui particolramente puntava la destra, e ci si
è trovati invece davanti a quello che è in effetti un fenomeno nuovo per
l’Italia. La comunità rumena, infatti, è diventata in breve tempo
dall’allargamemto quella più rappresentata in Italia. Si tratta di
un’immigrazione consistente di fronte alla quale c’è stata un’impreparazione
anche da parte delle retoriche sicuritarie. La bandiera del “pericolo rumeni” è diventata così una bandiera più
della sinistra che della destra, o comunque una bandiera che entrambe
sventolano in maniera abbastanza indegna
.

D. Mentre parli mi vengono in mente le tesi di Naomi Klein
riguardo la Shock
economy, pensando a quel fenomeno per il quale si fanno passare, attraverso uno
shock evocato, uno shock più o meno collettivo, in questo caso uno shock
portato da un singolo evento di cronaca, dei mutamenti che poi rimangono
stabili all’interno dell’ordinamento giuridico di un territorio…

R. Si, anche se la Klein
faceva riferimento ad eventi un po’ diversi, sul tipo dell’uragano Katrina.
Questo ultimo fatto di cronaca è in realtà un fatto di cronaca come ne
succedono tanti, seppur di una certa gravità. Vorrei poi ricordare che il fatto
è stato scoperto grazie alla denuncia di una ragazza rumena… in realtà si
ricorda solo che rumeno era l’eggressore.
Rispetto alle modifiche che poi rimangono all’interno dell’ordinamento, la
possibilità di espellere cittadini comunitari e di limitarne la libertà di
circolazione è una possibilità che esiste solo finchè dura il cosiddetto “regime transitorio” che
l’allargamento europeo ha concesso per quanto riguarda la libertà di
circolazione delle persone e in particolare dei lavoratori.
Rispetto ai 10 paesi che hanno fatto ingresso nel 2004, il 2009 è la data a
partire dalla quale non sarà più possibile imporre alcuna limitazione. Due anni
dopo, nel 2011, avverrà lo stesso per Romania e Bulgaria. Già ora, per quanto
riguarda questo decreto, la possibilità di espellere cittadini comunitari è a
mio parere alquanto dubbia. È una possibilità che anche il regime transitorio
riconosce solo per motivi individualizzati. Non è possibile espellere un cittadino comunitario genericamente per
motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza. Tali motivi devono essere
giustificati non certo sulla base dell’appartenenza etnica o razziale o suil
fatto che alcuni vivano in un campo nomadi, ma sulla base di una valutazione
caso per caso.
Soprattutto, la direttiva europea è abbastanza
chiara sul fatto che questa possibilità di espulsione non debba essere poi
utilizzata come arma per impedire il reingresso. Già quindi, per come
stanno le cose adesso, la coerenza di questo decreto con le norme europee, sia
le direttive che il Trattato europeo che prevede la libertà di circolazione per
i cittadini europei, è abbastanza dubbia. Dal 2011, dalla fine del regime
transitorio, sicuramente non sarà più possibile una cosa di questo genere.

D. Possiamo allora dire che il decreto legge del 31
ottobre è in qualche modo in contrapposizione con la direttiva europea del
2004? Vediamo esponenti politici come Veltroni appellarsi proprio all’Europa
per far fronte a quella che lui chiama “la questione rumena” mentre forse
potremmo invece auspicare che prorio l’Europa con le sue normative e con il suo
legiferare possa fare da limite a queste modifiche delle leggi interne che
vanno poi a colpire i non cittadini degli Stati nazionali

R. A mio parere questo
decreto legge è già in contrasto con il diritto comunitario.

Esiste quindi un limite imposto da tale diritto all’applicabilità di questo
decreto. Il problema serio è che fino a quando vige questo regime transitorio
che purtroppo l’Ue ha concesso, la situazione è ancora incerta dal punto di
vista giuridico.
Per fare un esempio: quando la
Germania negli anni ’70 e ’80 ha tentato di espellere gli
italiani che lavoravano lì sulla base del semplice fatto che erano italiani, la Corte di Giustizia non lo ha
permesso. In questo caso la stessa Corte non ha basi concrete per intervenire
fino a quando non finirà questo regime transitorio. Le basi sulle quali la Corte può intervenire
saranno fino a quel momento più fragili…

D. Abbiamo visto il premier della Romania a colloquio con
Romano Prodi sostanzialmente chiedere scusa dei fatti avvenuti e rendersi
disponibile ad un’assoluta collaborazione con l’Italia. Ancora non si è parlato
di limitare in qualche modo la fuoriuscita dei rumeni dal paese, ma il governo
rumeno non sembra essersi appellato all’esistenza di una comune cittadinanza
europea e di una comune appartenenza all’Unione, mantenendo invece un
atteggiamento che potremmo definire di soggezione. La sensanzione è che
all’interno del territorio europeo persista nei fatti una forte gerarchia tra i
27 paesi dell’Ue, una gerarchia che forse si evinceva già dai criteri stabiliti
per aderire all’Unione. Su quali basi hanno aderito i nuovi Stati mebri?
Riscontri effettivamente un ordine gerarchico all’interno dell’Ue e
soprattutto, quale ruolo hanno avuto le politiche migratorie nella fase di
adesione all’Unione?

R. Per quanto riguarda il ruolo e le posizioni gerarchiche o
sottordinate dei paesi dell’Est, è una cosa di cui mi da quasi fastidio parlare
perché vorrei poter parlare non dei paesi dell’est ma dei cittadini dell’est… bisogna ricordare come tutto il processo di
allargamento ha richiesto al contempo a questi nuovoi paesi anche un processo
interno che viene definito di nation building, di “farsi Stato”.

Non è stato chiesto ai rumeni in quanto cittadini rumeni di aderire all’Unione
europea, ma alla Romania di entrare in quanto Stato- nazione. Ogni processo di nation building richiede la
costruzione di un nemico interno o esterno, e in Romani esiste un frotissimo
razzismo contro i rom.
Pertanto, tutta la campagna anti rumena
italiana, che è stata soprattutto una campagna anti rom è stata anche
assolutamente funzionale alle politiche discriminatorie interne rumene. Non mi
stupisce, quindi, l’accordo del premier rumeno e le scusa a Prodi. Per quanto
riguarda le politiche migratorie di cui mi chiedevi nello specifico, c’è stata
certamente una impossibilità di negoziare su nessuna base quello che viene
definito l’acquis Schengen. I nuovi
paesi aderenti, sia i dieci che hanno fatto ingresso nel 2004 sia la Romania e la Bulgaria, non hanno
potuto negoziare nulla rispetto alla gestione dei propri confini.

Ma questo rigurda più che altro l’immigrazione verso la Romania.

D. Rispetto al discorso che facevi prima, alla necessità
di parlare dell’adesione dei cittadini all’Ue piuttosto che degli Stati, ma
anche alla luce del decreto legge che stiamo commentando, delle dsicussioni
anti rumene, di tutte le retoriche che stanno investendo in questo momento
l’Italia per questo specifico caso, ma in realtà l’intera Europa, come potremmo
definire in questo momento la cittadinanza europea’, quali contenuti reali ha
questo tipo di cittadinanza che si dice nuovo ma che stenta a trovare una
definizione?

R. Certamente se un semplice decreto legge e un semplice fatto di
cronaca sono in grado di ridurre così fortemente l’unico diritto tangibile
conferito dalla cittadinanza europea, ovvero il diritto alla libera
circolazione, tutto questo non ci fa ben sperare. Per quanto riguarda il
discorso in generale della potenzialità della cittadinanza europea, è anche
questo un discorso ambivalente: se ci affidiamo alla definizione istituzionale
di tale cittadinanza ci cambia ben poco, perché è una cittadinanza che continua
sempre a passare per la cittadinanza nazionale. Credo invece che la cittadinanza europea vada assunta come un processo
da costruire anche da parte nostra.
Rispetto a questo punto
anche pezzi dei movimenti si sono un po’ disinteressati sia rispetto a quanto
accade a d est che rispetto all’ovest. Da
quando c’è stato il voto negativo al referendum sul trattato costituzionale
europeo il dibattito sull’europa è un po’ caduto. Io ritengo assolutamente che
sia un dibattito da riprendere e che sia da riprendere proprio a partire da
Est, dal confine orientale dell’Europa.

D. Quale scenario possiamo immginare a partire da questi
ultimi eventi all’interno del nostro paese? Come conciliarli con i dati forniti dal dossier
Caritas
che ci informano della presenza di 4 milioni di cittadini migranti
regolarmente residenti sul nostro territorio e ci raccontano, al di là di tutte
le retoriche razziste e xenofobe, di come la realtà migrante sia invece una
realtà esistente e strutturata e stabile? Come conciliare questi dati con le
nuove aondate apertamente razziste che investono l’Italia? Oggi si arrivava a
parlare sui media del pericolo di una “etnia rumena” che evidentemente non
esiste…

R. L’Italia ha conosciuto varie ondate di razzismo. Prima abbiamo urlato
all’invasione degli albanesi che messi tutti insieme sono meno della
popolazione del Veneto e pertanto è difficle che possano invadere qualcosa…
rispetto ai rumeni credo che l’Italia si stia però trovando di fronte ad un
fenomeno nuovo, forse paragonabile alla migrazione turca in Germania. In
effetti ci rapportiamo con un paese, la Romania, nel quale la maggior parte della
popoalazione che sceglie di emigrare sceglie anche l’Italia come paese di
destinazione. Un simile fenomeno si era verificato nel nostro paese solo
rispetto alle migrazioni interne. Probabilmente passerà lo spauracchio rumeno e
si troverà un altro pericolo contro il quale prendersela. Al momentro ritengo
veramente molto grave questo rigurgito razzista che l’Italia sta vivendo in una
maniera molto forte e peraltro istituzionale. Non si tratta di una discussione
da bar, ma del fatto che ministri della repubblica e segretari di partiti
nascenti o non nascenti fanno a gara a chi la dice più grossa sui rumeni e la Romania. Questo lo
ritengo gravissimo perché è anche legittimante di tutti quegli episodi di
violenza razzista che si verificano quotidianamente e di cui i giornali parlano
purtroppo molto meno.

D. Un’ultima domanda che riguarda un po’ più noi cittadini
degli Stati nazionali: guardando i punti enunciati dal pacchetto sicurezza ma
anche tutti i discorsi dei sindaci-sceriffo che si stanno avvicendando negli
ultimi mesi in Italia, ci accorgiamo che comunque dietro questi spauracchi di
retoriche razziste e sicuritarie si nascondono spesso proposte e articoli di
legge che riguardano in generale il controllo dell’intera popolaizone sul
territoiro. Basti pensare alla proposta di elevare a reato perseguibile
addirittura con 4 anni di carcere la semplice mendicanza per le strade che
evidentemente può essere condotta da chiunque. Si ha cioè la sensazione che,
come spesso è avvenuto negli ultimi anni in Italia ma anche in tutta Europa,
attraverso la criminalizzazione di determinati gruppi di popolazione che
abitano il territorio e attraverso leggi all’inizio semplicemente rivolte ai
migranti e non vesro i cittadini, passino invece delle modalità di controllo
del territorio e delle persone che possono poi irradiarsi all’intera
popolazione. Potremmo dire che si stia creando una nuova modalità di gestione
della popolaizone attarverso leggi e decreti che vengono sempre dettati, a
parole, dall’emergenza?

R. Si, assolutamente. La questione dei poteri ai sindaci è poi una delle
questioni più delicate del disegno di legge. Per dare una definizione più
rigorosa occorrerà leggere l’articolato, ma in generale pare che ci sia
un’asosluta vaghezza nella formualzione dei poteri da assegnare questi
soggetti, il che risulta molto grave dal punto di vista giuridico perché
conferisce una forte discezionalità. Per quanto riguarda la seconda parte della
tua domanda io sono convinta che la
questione delle migrazioni, come abbiamo avuto riprova in passato e potremmo
portare tanti altri esempi, sia in realtà un laboratorio di governo del
territorio e dei cittadini in genberale.
Diventa poi sempre più
difficile distinguere cittadini e migranti e la questione die rumeni ne è un
esempio. I rumeni sono cittadini europei contro cui l’Italia non potrebbe fare
alcuna discriminaizone come pervisto dal trattato europeo. Parliamo quindi di
misure prese nei confronti di cittadini. Sono
assolutamente convinta del fatto che il razzismo sia un male che, pur
utilizzando la razza come capro espiatorio, è un male della società in generale
rivolto contro la società in generale e quindi contro tutti i cittadini.

a cura di Alessandra Sciurba, Progetto Melting Pot

 

 

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