Sulle tombe solo numeri

Né granito, né fiori per i migranti morti

di Giuliano Battiston

In un libro-reportage titolato «Mamadou va a
morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo
» Gabriele Del Grande
segue le rotte degli esili forzati
Nel cimitero di El Ayun, la capitale del
Sahara occidentale, «le tombe dei clandestini si riconoscono perché non
hanno lapidi, non hanno nomi, né versetti di Dio»
. Nel cimitero di Hay
Laaouina, nella città tunisina di Sousse, «le tombe dei naufraghi non
hanno nomi, ma numeri»
.
Al cimitero di Piano Gatta, ad Agrigento, sono
sepolti, tra gli altri, otto cadaveri, vittime del naufragio di un
peschereccio, partito dalla costa libica con a bordo centoventi
passeggeri, e affondato la notte tra il 18 e il 19 agosto 2006 al largo
delle coste siciliane dopo uno scontro con la corvetta Minerva della
Marina militare italiana.

Anche per loro – scrive Gabriele Del
Grande nel suo bel libro-reportage Mamadou va a morire. La strage dei
clandestini nel Mediterraneo (ed. Infinito, euro 14, introduzione di
Fulvio Vassallo Paleologo) – «niente granito, niente fiori, nessun
nome, nessuna memoria».

 
Un percorso, quello compiuto sulle rotte dei
migranti in Turchia, Grecia, Tunisia, Marocco, Sahara Occidentale,
Mauritania, Mali e Senegal dal giovane autore, che collabora
all'agenzia Redattore Sociale e ha fondato Fortress Europe,
l'osservatorio mediatico sulle vittime dell'immigrazione – animato
proprio dall'esigenza di restituire memoria a quanti sono costretti
alla clandestinità, e a volte alla morte, dalle politiche migratorie
adottate dai paesi europei.
 
Paesi che alzano mura quasi impenetrabili,
cementate con accordi di pattugliamenti congiunti, controllo militare
delle frontiere e operazioni di deportazione. Ma anche con una forte
dose di schizofrenia liberista, in base alla quale i confini sono
semplici artifici convenzionali, membrane porose e facilmente
permeabili per alcune categorie di persone, ma non per tutte.
 
Certamente non per coloro che, come il senegalese Youba – classe 1984,
arrivato a Nouadhibou, in Mauritania, per raggiungere le isole Canarie
e finito nel centre d'arrestation mauritano École six di Jardin, «uno
dei carceri usati dal marzo 2006 per la detenzione dei giovani africani
in partenza per la Spagna» – sono nati in una parte del globo, l'Africa
subsahariana, che è stata prima drenata delle sue risorse principali
dai benefattori colonialisti, e poi strangolata dal capestro del debito
inevaso, agitato minacciosamente da quegli stessi benefattori, e da
accordi commerciali destinati a rendere ancora più vulnerabili le già
fragili economie locali.
Per gli abitanti di questa parte del
globo i confini tornano ad essere, a dispetto di quanto sembrerebbe
insegnare la storia, traduzioni materiali di un ordinamento quasi
trascendentale, da proteggere e preservare nella sua granitica
immutabilità; e le membrane porose diventano «griglie, mimetiche, cavi
d'acciaio, torrette e filo spinato», come succede nei dieci chilometri
dell'alambrada, la barriera di metallo che a Melilla divide Nord e Sud
del mondo, «per rispondere alle paure di un continente spaventato da
un'invasione che non c'è».
 
Che la stessa striscia di terra, fango,
pietre, sabbia o acqua possa essere attraversata da alcuni, ma non da
tutti, non va proprio giù a Youba, il quale provò di nuovo a
raggiungere l'Europa. resta il fatto che «soltanto nel 2006 almeno 1024
ragazzi partiti da tutta l'Africa occidentale sono morti sulle rotte
per le isole Canarie», come spiega Gabriele Del Grande, che affianca
abilmente alle testimonianze raccolte un'importante mole di dati,
spesso poco conosciuta.
 
E la situazione non va giù nemmeno a Romeo,
classe 1981, nato a Douala, in Camerun, studente di scienze politiche e
calciatore, che dopo aver attraversato il Benin, l'Algeria e il
Marocco, ed esser stato abbandonato dalle forze armate algerine (dopo
un processo farsa) nella terra di nessuno, in mezzo al Sahara, a
Tinzaouatine – «un inferno che raccoglie tutte le sofferenze della
terra», a 300 km di piste desertiche dalla prima città maliana e a 400
km dalla città algerina di Tamanrasset – è riuscito con ostinazione a
raggiungere Bamako, in Mali, a 1500 chilometri di distanza. Qui ha
fondato «Aracem», l'associazione dei deportati dell'Africa centrale in
Mali, di cui è presidente, e attraverso la quale combatte la sua
battaglia: «quando dico che siamo tutti soldati è perché lottiamo
contro la nostra miseria. Non la stiamo sfuggendo, la combattiamo»,
racconta Romeo. Per ora, scrive Del Grande, Romeo è costretto a vivere
a Bamako, «ma presto ritornerà sulle rotte per l'Europa, sulle rotte di
un viaggio che ormai dura da quattro anni». Su quelle rotte rischierà,
ancora una volta, di morire, vittima di chi militarizza le frontiere,
impugnando i privilegi di pochi contro i diritti di ognuno.
 

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