"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri"
(don Lorenzo Milani)

   

 

Sulle tombe solo numeri

noracismnews | 20 Agosto, 2007 22:52

Né granito, né fiori per i migranti morti
di Giuliano Battiston

In un libro-reportage titolato «Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo» Gabriele Del Grande segue le rotte degli esili forzati
Nel cimitero di El Ayun, la capitale del Sahara occidentale, «le tombe dei clandestini si riconoscono perché non hanno lapidi, non hanno nomi, né versetti di Dio». Nel cimitero di Hay Laaouina, nella città tunisina di Sousse, «le tombe dei naufraghi non hanno nomi, ma numeri».

Al cimitero di Piano Gatta, ad Agrigento, sono sepolti, tra gli altri, otto cadaveri, vittime del naufragio di un peschereccio, partito dalla costa libica con a bordo centoventi passeggeri, e affondato la notte tra il 18 e il 19 agosto 2006 al largo delle coste siciliane dopo uno scontro con la corvetta Minerva della Marina militare italiana.

Anche per loro - scrive Gabriele Del Grande nel suo bel libro-reportage Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo (ed. Infinito, euro 14, introduzione di Fulvio Vassallo Paleologo) - «niente granito, niente fiori, nessun nome, nessuna memoria».
 
Un percorso, quello compiuto sulle rotte dei migranti in Turchia, Grecia, Tunisia, Marocco, Sahara Occidentale, Mauritania, Mali e Senegal dal giovane autore, che collabora all'agenzia Redattore Sociale e ha fondato Fortress Europe, l'osservatorio mediatico sulle vittime dell'immigrazione - animato proprio dall'esigenza di restituire memoria a quanti sono costretti alla clandestinità, e a volte alla morte, dalle politiche migratorie adottate dai paesi europei.
 
Paesi che alzano mura quasi impenetrabili, cementate con accordi di pattugliamenti congiunti, controllo militare delle frontiere e operazioni di deportazione. Ma anche con una forte dose di schizofrenia liberista, in base alla quale i confini sono semplici artifici convenzionali, membrane porose e facilmente permeabili per alcune categorie di persone, ma non per tutte.
 
Certamente non per coloro che, come il senegalese Youba - classe 1984, arrivato a Nouadhibou, in Mauritania, per raggiungere le isole Canarie e finito nel centre d'arrestation mauritano École six di Jardin, «uno dei carceri usati dal marzo 2006 per la detenzione dei giovani africani in partenza per la Spagna» - sono nati in una parte del globo, l'Africa subsahariana, che è stata prima drenata delle sue risorse principali dai benefattori colonialisti, e poi strangolata dal capestro del debito inevaso, agitato minacciosamente da quegli stessi benefattori, e da accordi commerciali destinati a rendere ancora più vulnerabili le già fragili economie locali.

Per gli abitanti di questa parte del globo i confini tornano ad essere, a dispetto di quanto sembrerebbe insegnare la storia, traduzioni materiali di un ordinamento quasi trascendentale, da proteggere e preservare nella sua granitica immutabilità; e le membrane porose diventano «griglie, mimetiche, cavi d'acciaio, torrette e filo spinato», come succede nei dieci chilometri dell'alambrada, la barriera di metallo che a Melilla divide Nord e Sud del mondo, «per rispondere alle paure di un continente spaventato da un'invasione che non c'è».
 
Che la stessa striscia di terra, fango, pietre, sabbia o acqua possa essere attraversata da alcuni, ma non da tutti, non va proprio giù a Youba, il quale provò di nuovo a raggiungere l'Europa. resta il fatto che «soltanto nel 2006 almeno 1024 ragazzi partiti da tutta l'Africa occidentale sono morti sulle rotte per le isole Canarie», come spiega Gabriele Del Grande, che affianca abilmente alle testimonianze raccolte un'importante mole di dati, spesso poco conosciuta.
 
E la situazione non va giù nemmeno a Romeo, classe 1981, nato a Douala, in Camerun, studente di scienze politiche e calciatore, che dopo aver attraversato il Benin, l'Algeria e il Marocco, ed esser stato abbandonato dalle forze armate algerine (dopo un processo farsa) nella terra di nessuno, in mezzo al Sahara, a Tinzaouatine - «un inferno che raccoglie tutte le sofferenze della terra», a 300 km di piste desertiche dalla prima città maliana e a 400 km dalla città algerina di Tamanrasset - è riuscito con ostinazione a raggiungere Bamako, in Mali, a 1500 chilometri di distanza. Qui ha fondato «Aracem», l'associazione dei deportati dell'Africa centrale in Mali, di cui è presidente, e attraverso la quale combatte la sua battaglia: «quando dico che siamo tutti soldati è perché lottiamo contro la nostra miseria. Non la stiamo sfuggendo, la combattiamo», racconta Romeo. Per ora, scrive Del Grande, Romeo è costretto a vivere a Bamako, «ma presto ritornerà sulle rotte per l'Europa, sulle rotte di un viaggio che ormai dura da quattro anni». Su quelle rotte rischierà, ancora una volta, di morire, vittima di chi militarizza le frontiere, impugnando i privilegi di pochi contro i diritti di ognuno.
 

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