Lontani da Cofferati, non da Bologna

corone di fiori per il piccolo Rom Florin“si fanno
sentire le conseguenze del nuovo decreto legge varato dal governo sull’onda dell’omicidio
di Giovanna Reggiani a Roma. Il decreto, che introduce norme relative
all’allontanamento coatto di cittadini comunitari, finora è stato utilizzato
dai prefetti soprattutto nei confronti di rom rumeni. Uno degli effetti più
immediati di questo provvedimento, e della campagna stampa che lo ha
accompagnato, è proprio quello di rendere i lavoratori rumeni più vulnerabili e
ricattabili dai propri «padroncini». Per questi lavoratori la situazione era in
parte migliorata con l’acquisizione dello status di cittadini comunitari nel
gennaio 2007: il fatto di non rischiare più il rimpatrio se privi di permesso
di soggiorno ha dato loro maggiore tranquillità e potere contrattuale sui
luoghi di lavoro. Il nuovo decreto fa ritornare attuale il rischio di allontanamento,
seppur per motivi di «ordine pubblico». Non resta che tacere e lavorare, a
qualsiasi condizione. Lungi dal rendere «sicure» le strade di Bologna, il giro
di vite anti-rumeni produce una maggiore precarietà e, per alcuni, una tendenza
al ritorno alle baracche.
a qualsiasi condizione.”
"Cristinel, padre di Florin, lavora in nero nei cantieri
edili bolognesi. Fa sorridere l’appello di Cofferati sui giornali, il giorno
dopo il tragico episodio: «Ora assumetelo». È il sindaco della legalità che
chiede a degli artigiani edili di regolarizzare una provata situazione di
illegalità. E intanto continua a sgomberare i rom rumeni; l’ultimo sgombero, il
giorno prima del funerale di Florin, in una fabbrica dismessa, non lontano
dalla Birra."

Ecco dove si sono
spostati gli sgomberati del Lungoreno: in un ex birrificio in periferia. Dove
vivono in condizioni peggiori di prima, lavorano al nero e muoiono

fonte: Il Manifesto
La cerimonia funebre per Florin si è svolta all’ingresso
del cortile dove si trova la baracca nella quale viveva insieme alla sua
famiglia. Quella baracca di mattoni e lamiere che è andata a fuoco
probabilmente a causa di un cortocircuito, una delle tante che affollano questa
zona della periferia ovest di Bologna. La cerimonia è avvenuta su uno spiazzo
fangoso sovrastato dalla tangenziale, confinante con un area militare dismessa
e a ridosso del nuovissimo svincolo, ancora in fase di ultimazione, per
l’aeroporto Marconi. Sono presenti una cinquantina di persone circa: per gran
parte autorità cittadine; poi la
Caritas, esponenti di Rifondazione comunista, i sindacati e
Opera Nomadi; nessun rappresentante del clero bolognese. Pochi i rumeni, oltre
a Cristinel, il giovane padre di Florin, e a un gruppetto di parenti; pochi
anche i cittadini bolognesi, nonostante i fratelli di Florin andassero a scuola
e la famiglia stesse tentando un difficile percorso di integrazione nel
quartiere.

 

È quasi impossibile riuscire a sentire il discorso che il
sacerdote ortodosso rumeno pronuncia alla fine della cerimonia, soffocato dai
boati delle macchine in corsa e dai rumori dei martelli pneumatici dei cantieri
per la nuova tangenziale. «La precarietà che vivono
tanti cittadini rumeni continuerà a portare disgrazie, sia agli italiani che ai
rumeni»
, è una delle poche frasi che riusciamo a cogliere. Proprio qui,
tra i lavori che doteranno Bologna di nuove e importanti infrastrutture,
incastrate tra alta velocità, aeroporto, nuova tangenziale e fiume Reno si
trovano le baraccopoli ormai note in città; qui Cofferati inaugurò la sua
famosa «svolta legalitaria», facendo sgomberare alcuni accampamenti lungo il
fiume nel marzo 2005. A
questo sgombero, in piena continuità con quanto accadeva con la precedente
giunta di centrodestra, ne sono seguiti altri e le baracche si sono spostate
via via sempre più lontano dall’asse della via Emilia, sempre meno visibili.
«Non ci sono più insediamenti stabili di rom rumeni sul territorio di Bologna,
al massimo qualche forma frammentaria di occupazione», dichiarava il sindaco
pochi giorni fa ai giornali. Ma nei dintorni del piccolo abitato chiamato
semplicemente Birra – perché nato attorno a uno stabilimento di produzione di
birra ormai chiuso da decenni – situato tra la via Emilia e l’aeroporto
continuano a vivere decine di persone in abitazioni di fortuna, improvvisate
lungo le sponde del fiume Reno o nelle vaste aree dismesse che si trovano lì
attorno.

Vittime della
precarietà

Florin non è la prima vittima rumena della precarietà e
delle baracche attorno al fiume Reno. Nel gennaio 2005 Nicolae Vladutu morì
nell’incendio della propria baracca sul fiume Reno; nel settembre 2006 in un’altra baracca
morì un neonato, per un semplice rigurgito. Tutti provenienti dai villaggi tra
Craiova e il Danubio. Dalla stessa zona provenivano Aurel, operaio edile morto
nell’ottobre 2006 a
Sala Bolognese, cadendo dal tetto del capannone su cui lavorava in nero, e Ion,
operaio agricolo, in nero, in un’azienda dei colli bolognesi, cui il datore di
lavoro sparò, nel maggio 2006, perché chiedeva i mesi di stipendio arretrati.

Cristinel, padre di Florin, lavora in nero nei cantieri
edili bolognesi. Fa sorridere l’appello di Cofferati sui giornali, il giorno
dopo il tragico episodio: «Ora assumetelo». È il sindaco della legalità che
chiede a degli artigiani edili di regolarizzare una provata situazione di
illegalità. E intanto continua a sgomberare i rom rumeni; l’ultimo sgombero, il
giorno prima del funerale di Florin, in una fabbrica dismessa, non lontano
dalla Birra.

A un centinaio di metri dal luogo della cerimonia, un
rumeno sta lavorando di cazzuola sull’uscio di un edificio in ristrutturazione.
«Sono stato clandestino fino a gennaio di quest’anno – ci racconta – Poi un
contratto di tre mesi. Ora vediamo». Arriva il capocantiere: «Il lavoro c’è e
non c’è, tiro avanti come posso».

Artigiani e operai edili ne passano tanti tra via della
Birra e via del Triumvirato, per i lavori della tangenziale, ma anche perché
abitanti del posto. Lungo la via Emilia, poco lontano dalla Birra e dalle
baracche del Reno, c’è un magazzino di materiali edili davanti al quale ogni
mattina lavoratori rumeni vengono «assunti» da piccoli artigiani. In un bar un
piccolo imprenditore ci racconta: «Anch’io ho un operaio rumeno, ma in regola,
perché lavoro in subappalti di opere pubbliche e devo per forza metterlo in
regola. Ma i lavori durano due, tre mesi, non possiamo fare contratti lunghi».
Due o tre mesi. Le parole di questi artigiani spiegano molto della morte di
Florin, figlio di un operaio edile precario e lavoratore in nero, morto perché
non aveva un’abitazione degna di questo nome.

Anche qui si fanno sentire le conseguenze del nuovo
decreto legge varato dal governo sull’onda dell’omicidio di Giovanna Reggiani a
Roma. Il decreto, che introduce norme relative all’allontanamento coatto di
cittadini comunitari, finora è stato utilizzato dai prefetti soprattutto nei
confronti di rom rumeni. Uno degli effetti più immediati di questo
provvedimento, e della campagna stampa che lo ha accompagnato, è proprio quello
di rendere i lavoratori rumeni più vulnerabili e ricattabili dai propri
«padroncini». Per questi lavoratori la situazione era in parte migliorata con
l’acquisizione dello status di cittadini comunitari nel gennaio 2007: il fatto
di non rischiare più il rimpatrio se privi di permesso di soggiorno ha dato
loro maggiore tranquillità e potere contrattuale sui luoghi di lavoro. Il nuovo
decreto fa ritornare attuale il rischio di allontanamento, seppur per motivi di
«ordine pubblico». Non resta che tacere e lavorare, a qualsiasi condizione.
Lungi dal rendere «sicure» le strade di Bologna, il giro di vite anti-rumeni
produce una maggiore precarietà e, per alcuni, una tendenza al ritorno alle
baracche.

Convivenza difficile
Gli abitanti italiani della Birra convivono da lungo tempo
con le baraccopoli; molti sono anche i rumeni che vivono in zona e che sono
riusciti a prendere una casa in affitto. Non sarà Tor di Quinto, ma anche qui
le scritte con le bombolette spray su alcuni muri – «stop immigrazione», «via i
rumeni» – parlano chiaro. «La questione delle baraccopoli è una spina nel
fianco per la popolazione locale – ci spiega un abitante della zona – La morte
di Florin può aver suscitato una piccola onda emotiva di commozione e
partecipazione, ma la gente qui continua a restare indifferente, se non ostile,
ai rumeni. Del resto anche tra gli italiani non è che la situazione sia un
granché: la popolazione è in gran parte anziana, non esistono luoghi di
ritrovo, la casa del popolo o la parrocchia non sono più da tempo luoghi di
aggregazione». «Qui la convivenza è impossibile – ci racconta un altro abitante
– i nostri mondi sono troppo lontani. Molti che avevano comprato casa nei nuovi
palazzi hanno venduto dopo due o tre anni, cercando casa nei paesi qui vicino».

Ma per la
Birra si sta profilando un altro futuro. Con il nuovo ampio
svincolo della tangenziale e la probabile realizzazione, proprio su parte delle
cave dismesse su cui oggi sorgono le baracche, di un Business center – con
hotel, negozi, uffici e un centro congressi collegati al centro città da un
treno sospeso – questa piccola area urbana defilata sarà trasformata in una
vetrina per turisti e manager frequent flyer che atterrano al Marconi.
Importanti investimenti immobiliari, nuovi cantieri, gare d’appalto e necessità
di trovare braccia a poco prezzo.

 

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