Il “buon” lavoro migrante

Clandestinità e imprenditoria, le molte facce della discriminazione
Fonte: Redazione Melting Pot

operaio migranteNon c’è da perdere neppure una occasione quando in ballo ci sono la gestione e la regolamentazione delle politiche migratorie. Ogni momento è buono, che si tratti di un Consiglio dei Ministri italiano o di una riunione della Commissione europea, per riaffermare i principi che reggono come pilastri le mura di un’ Europa disegnata come fortezza. Disegnata certo, perché la realtà che viene scritta sui suoi confini è quella ben più elastica e funzionale dei viaggi clandestini e degli ingressi nascosti che accompagnano poi nell’invisibilità la vita dei migranti nel vecchio continente. Ciò nonostante, o per meglio dire, proprio per questo, ad affermarsi senza soluzione di continuità è l’idea di una Europa improntata sulla sicurezza ed il controllo.  Così, anche nella proposta di decreto che dovrebbe proporsi di combattere lo sfruttamento dei lavoratori clandestini, approvata dalla Commissione europea in questi giorni, non potevano mancare l’organizzazione delle espulsioni per quei lavoratori che denunciano i loro sfruttatori. Non c’è male come inizio! Ma se l’allarmistico stato di emergenza che ci viene presentato è la faccia spettacolare delle politiche di gestione dei flussi migratori, l’altra faccia, neppure tanto nascosta, rivela un nesso inscindibile tra migranti e lavoro. Tanto è forte questo legame da essere la vera chiave del funzionamento altalenante di quelle frontiere europee che si aprono e si chiudono selezionando i diversi modi di accesso ai diritti di cittadinanza ed al mercato del lavoro. Enrica Rigo, nel suo “l’Europa di confine” ci ha raccontato in maniera inequivocabile questi dispositivi di differenziazione, mentre la recente approvazione del Disegno di legge delega Amato-Ferrero non ha fatto altro che confermare e rinsaldare quella malsana visione che vincola i migranti alla loro funzionalità per il mercato del lavoro.

Migranti e lavoro, un nesso inscindibile, ma non sempre lineare!
Le cifre si susseguono in maniera incessante, non c’è giorno in cui non vengano pubblicati rapporti sulle attività imprenditoriali dei migranti o sulla quantità di lavoratori clandestini impiegati nel nostro territorio, quasi a ricordarci l’esistenza di un fenomeno in continua evoluzione che investe in maniera incontrovertibile la realtà del nostro tempo.
Le sue implicazioni però, poco hanno a che vedere con i freddi numeri della statistica.
Migliaia e migliaia di cittadini, fintamente inesistenti, compongono un esercito in reclutamento alla mercé di caporali che organizzano le loro fortune giocando su questa condizione.
Se essere clandestini significa in primis essere perseguitati come criminali, dall’altra parte, proprio questa condizione, diventa linfa vitale per il mercato della manododopera sottopagata.
Nei giorni scorsi, una lettera congiunta dei sindacati confederali, ha timidamente chiesto l’intervento del Governo per sostenere l’approvazione di una legge contro lo sfruttamento dei lavoratori clandestini.
E’ evidente che la mancanza di un decreto flussi per il 2007 fa sfumare ogni possibilità di regolarizzazione per tutti quei migranti, e sono molti, già presenti nel territorio italiano.
I migranti, clandestini, sono già qui, invisibili solo agli occhi della politica, non a quelli dell’imprenditoria, e neppure a quelli della camorra sembra.
In cantiere, ormai da oltre sette mesi, c’è un Ddl che non è mai arrivato al parlamento. Che fine ha fatto?
Non altrettanto lenti sono stati i provvedimenti che hanno colpito le attività dei phone center o dei commercianti cinesi.

Ma quanto piace il lavoro dei migranti?
Se “il lavoro rende liberi”, e se il mercato del lavoro contemporaneo esige autonomia e intraprendenza imprenditoriale, ai migranti è riservato un posto in prima fila nel bacino di offerta di forza lavoro.
A quali condizioni?
Sembra proprio che la clandestinità non sia poi così tanto pericolosa quando sono le imprese edili, a volte per conto di enti pubblici, o le aziende agricole, ad utilizzarla, altrimenti non si spiegherebbe tanta lentezza nel mettere mano ad una situazione così allarmante.
C’è da dire che la cultura dell’emergenza si è diffusa nelle metropoli e non solo, seminando l’idea che vede un migrante ben accetto a patto che lavori, e che proprio il lavoro debba essere al tempo stesso, garanzia di buona condotta e condizione per l’accesso ai diritti.
D’altra parte, i migranti che rispondono con intraprendenza al richiamo dell’economia contemporanea sembrano diventare scomodi per gli stessi paesi che legano la loro presenza alle esigenze del mercato.

Tutto è ordinato fino a quando è garantita una posizione subordinata dei protagonisti delle migrazioni, ma quando in ballo ci sono le rimesse di denaro ai paesi d’origine, che tolgono alle banche il monopolio sulla circolazione del denaro, o attività commerciali che si intrecciano virtuosamente con interessi europei e nazionali, qualcosa si rompe.
A Milano le ordinanze della giunta operano per rendere impossibile le operazioni di carico e scarico dei negozi cinesi, un provvedimento regionale impone condizioni impossibili ai proprietari dei phone center, a Treviso, una ordiananza del sindaco leghista vieta le lanterne rosse fuori dai ristoranti cinesi, mentre qua e là si stringono “patti per la sicurezza”.
La guerra all’immigrazione sposta l’attenzione perfino dai clandestini quando i migranti sfuggono dal posto che gli è stato assegnato.
Tanto buoni per essere sfruttati, non è altrettanto apprezzata la loro intraprendenza nel campo del lavoro quando si divincolano da caporali e sfruttatori. Così, i laboratori clandestini fanno scalpore molto meno del fatto che, negli stessi, si confezionino, per conto della regione Lombardia, le divise indossate dalle squadre dei vigili intervenute in via Paolo Sarpi, lo scorso 12 aprile.
E’ il corto circuito di una politica che, dopo aver subordinato i diritti e la stessa possibilità di migrare alla messa al lavoro nell’economia contemporanea, si propone di contenere e limitare le strade del solco che essa stessa ha tracciato.

E mentre chiudono i phone center, ancora, migliaia di invisibili, questa notte, accetteranno le condizioni di un caporale. Attenti però a non essere intercettati da una pattuglia alla ricerca di pericolosi criminali.

This entry was posted in razzismo /cpt / migranti /società / movimenti / pace / diritti. Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *