Indios figli di un dio minore

Il Papa offende gli indios
Nel suo discorso alla Conferenza episcopale dei vescovi latinoamericani irrita le popolazioni indigene
di Stella Spinelli – fonte PeaceReporter

Indios“Arroganti e irrispettose. Siamo profondamente offesi”. Gli indigeni brasiliani hanno reagito così ai concetti espressi da Benedetto XVI, nel suo discorso inaugurale della Conferenza episcopale dei vescovi latinoamericani, dove ha ripercorso le tappe del rapporto fra la Chiesa e le popolazioni che da sempre abitano quelle terre. “Il Papa è stato molto arrogante e le sue parole non corrispondono alla verità”, ha commentato il direttore del Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana, Gesinaldo Sateré Mawé. Da Ratisbona ad Auschwitz, passando per San Paolo, Papa Ratzinger torna a suscitare polemiche.

Il discorso incriminato. Davanti all’assemblea episcopale Benedetto XVI ha detto: “Ma, che cosa ha significato l’accettazione della fede cristiana per i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi? Per essi ha significato conoscere ed accogliere Cristo, il Dio sconosciuto che i loro antenati, senza saperlo, cercavano nelle loro ricche tradizioni religiose. Cristo era il Salvatore a cui anelavano silenziosamente. Ha significato anche avere ricevuto, con le acque del Battesimo, la vita divina che li ha fatti figli di Dio per adozione; avere ricevuto, inoltre, lo Spirito Santo che è venuto a fecondare le loro culture, purificandole e sviluppando i numerosi germi e semi che il Verbo incarnato aveva messo in esse, orientandole così verso le strade del Vangelo. In effetti, l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera”.
"Come può dire cose simili?" Si sono chiesti gli indigeni, dato che dall’arrivo dei colonizzatori europei milioni di loro antenati sono stati sterminati. “La storia umana – precisa Mawé – mostra che l’evangelizzazione fu una strategia di quella colonizzazione che decimò svariate popolazioni indigene”.

Papa Woityla. E proprio per questo la Chiesa di Giovanni Paolo II, che aveva sì celebrato la data del 12 ottobre 1492 come quella dell’ “arrivo del Vangelo nel Nuovo Mondo”, ma aveva anche chiesto perdono per le terribili ingiustizie che hanno dovuto subire gli abitanti del Centro e del Sud America in nome di Gesù durante la colonizzazione. “Occupano un posto privilegiato nel cuore e nell’affetto del Papa i discendenti degli uomini e delle donne che popolavano questo continente quando la croce di Cristo venne piantata quel 12 ottobre del 1492 – aveva dichiarato Giovanni Paolo II nell’ambito della commemorazione del V Centenario dell’inizio dell’evangelizzazione del Nuovo Mondo, lunedì 12 ottobre 1992, in un discorso a Santo Domingo – Come potrebbe la chiesa, che con i suoi religiosi, sacerdoti e vescovi é sempre stata accanto agli indigeni, dimenticare, in questo V Centenario, le sofferenze enormi inflitte agli abitanti di questo Continente durante l’epoca della Conquista e della colonizzazione? Bisogna riconoscere in tutta sincerità gli abusi commessi, dovuti alla mancanza d’amore da parte di quelle persone che non seppero vedere negli indigeni dei fratelli, figli dello stesso Dio Padre”. “Lo stato usò la Chiesa per fare il lavoro sporco – spiega Dionito José de Souza, capo della tribù Makuxi, di Roraima – ma già Giovanni Paolo II ci aveva chiesto perdono. Come mai il Papa adesso sta facendo sì che la Chiesa di Roma torni sui suoi passi?”. “Ripudiamo le dichiarazioni del Papa – aggiunge Sandro Tuxa, che comanda il movimento tribale del Nordest – dire che la decimazione del nostro popolo rappresenta una purificazione è offensivo e, francamente, fa paura”.

Papa Ratzinger. Benedetto XVI, in realtà, ha seguito molto le linee del discorso di Giovanni Paolo II, ma non ha fatto nessun riferimento alle “sofferenze enormi” patite dagli indigeni, provocando, dunque, la reazione esattamente opposta a quella suscitata dal suo predecessore. Papa Ratzinger ha detto: “Il Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche storia e cultura. L’utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso. In realtà, sarebbe un’involuzione verso un momento storico ancorato nel passato. La saggezza dei popoli originari li portò fortunatamente a formare una sintesi tra le loro culture e la fede cristiana che i missionari offrivano loro. Di lì è nata la ricca e profonda religiosità popolare, nella quale appare l’anima dei popoli latinoamericani. Questa religiosità si esprime anche nella devozione ai santi con le loro feste patronali, nell’amore al Papa e agli altri Pastori, nell’amore alla Chiesa universale come grande famiglia di Dio che non può né deve mai lasciare soli o nella miseria i suoi propri figli. Tutto ciò forma il grande mosaico della religiosità popolare che è il prezioso tesoro della Chiesa cattolica in America Latina, e che essa deve proteggere, promuovere e, quando fosse necessario, anche purificare”.

Parole, che non hanno tenuto conto dunque né delle verità storiche, né della posizione di Giovanni Paolo II, né tanto meno della lettera che i rappresentanti dei popoli indigeni brasiliani avevano scritto a Benedetto XVI in occasione della sua visita. Una missiva di benvenuto in cui chiedevano appoggio e aiuto nella difesa delle loro terre e della loro cultura, in cui si ricordava del “lento genocidio” che stanno tuttora subendo gli indios, cominciato per mano europea. Un documento che altro non era se non una richiesta di aiuto rimasta, evidentemente, inascoltata.

 

 

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