Chi si vergogna di Bolzaneto?
noracismnews | 27 Febbraio, 2008 02:34
Ida
Dominijanni, Il Manifesto 26.02.08
“Nella caserma di
Bolzaneto, in quel di Genova 2001, dopo l'assassinio di Carlo Giuliani e
l'assalto alla scuola Diaz, questi furono i fatti, secondo la ricostruzione dei
pm al processo che si sta svolgendo in questi giorni. Lo sapevamo dalle
testimonianze, adesso lo sappiamo, come si dice in gergo, dalla raccolta degli
elementi probatori sottoposti a riscontri. Fu dunque tortura a tutti gli
effetti, con tutto il carico di sadismo, sessismo, pornografia di cui la
tortura è fatta. Conviene non volgere lo sguardo e leggere attentamente questa
macabra descrizione: non solo a Abu Ghraib, non solo a Guantanamo, non solo
nelle carceri dove «spariscono» le vittime delle «rendition» americane, la
tortura è tornata ad essere uno strumento ordinario dello stato d'eccezione
permanente in cui viviamo.” " il film di Genova appare una sinistra anticipazione su scala locale
di quello che pochi mesi dopo, con l'11 settembre e la guerra al terrorismo, si
sarebbe scatenato su scala globale. Una prova generale, come del resto a molti
fu chiaro fin da subito."
In piedi per ore, nudi e con le mani alzate, o a fare il
cigno o a piroettare come ballerine o ad abbaiare come cani per essere meglio
derisi e insultati dalla polizia, dai carabinieri, dai medici. Intimidazioni
politiche e intimidazioni sessuali, schiaffi, colpi alla nuca. Un salame usato
come manganello, o agitato per meglio rendere le minacce di sodomizzazione.
Gentili epiteti come «troia» e «puttana» alle ragazze, «nano di merda», «nano
pedofilo», «nano da circo» a un disabile, costretto per sovrappiù a farsela
addosso dal sadico rifiuto di accompagnarlo in bagno. Una mano divaricata e
spezzata. Nuche prese a schiaffi e a colpi secchi. Piercing strappati, anche
dalle parti intime. Promesse di morte, al grido di «Ne abbiamo ammazzato uno,
dovevamo ammazzarne cento». Nella caserma di Bolzaneto, in quel di Genova 2001,
dopo l'assassinio di Carlo Giuliani e l'assalto alla scuola Diaz, questi furono
i fatti, secondo la ricostruzione dei pm al processo che si sta svolgendo in
questi giorni. Lo sapevamo dalle testimonianze, adesso lo sappiamo, come si
dice in gergo, dalla raccolta degli elementi probatori sottoposti a riscontri.
Fu dunque tortura a tutti gli effetti, con tutto il carico di sadismo,
sessismo, pornografia di cui la tortura è fatta. Conviene non volgere lo
sguardo e leggere attentamente questa macabra descrizione: non solo a Abu
Ghraib, non solo a Guantanamo, non solo nelle carceri dove «spariscono» le
vittime delle «rendition» americane, la tortura è tornata ad essere uno
strumento ordinario dello stato d'eccezione permanente in cui viviamo.
«Standard Operation Procedure», normale procedura, come dice il titolo del
documentario su Abu Ghraib di Errol Morris meritoriamente premiato alla
Berlinale, come meritoriamente Hollywood ha premiato ieri «Taxi to the Dark
Side», il documentario di Alex Gibey su sevizie e morte di un tassista afgano
nella base americana di Bagram, caso d'avvio dell'uso della tortura da parte
dell'amministrazione Bush dopo l'11 settembre. E certo, rivisto adesso - e non
da adesso - il film di Genova appare una sinistra anticipazione su scala locale
di quello che pochi mesi dopo, con l'11 settembre e la guerra al terrorismo, si
sarebbe scatenato su scala globale. Una prova generale, come del resto a molti
fu chiaro fin da subito.
Conviene non volgere lo sguardo e non rimuovere il fatto che a Bolzaneto quei
gesti sono stati eseguiti, quelle parole sono state dette, quei piercing sono
stati strappati, quei corpi sono stati denudati e derisi e colpiti, da quelle
forze dell'ordine che dovrebbero presidiare lo stato di diritto. E' accaduto, e
niente ci garantisce che non possa riaccadere. E fin qui, il discorso pubblico
si è ben guardato dal seminare qualche parola immunitaria. Genova è sepolta
nella memoria, riemerge solo nelle requisitorie dei pm e nelle sentenze dei
giudici. Storia giudiziaria, questione di ordine pubblico: non entrerà nei
comizi elettorali, come non è mai entrata nell'agenda politica; non è tema «eticamente
sensibile», non c'entra con la
Vita né con la
Morte, non è fatta di maiuscole, non sta a cuore al Vaticano,
non agita i teo-con, non si intona col pensiero positivo del Pd. Alla prima del
suo film a Berlino, Errol Morris ha detto che l'ha girato per dire quanto si
vergogna del suo paese. Qualcuno in sala ha commentato che è troppo poco, che
la vergogna è messa in conto nel gioco delle opinioni della democrazia
americana e non impedirà alle «standard operating procedure» di ripetersi. Può
essere, ma chi si vergogna in Italia di Bolzaneto? Abu Ghraib, sostiene Errol
Morris, forse non fu opera di qualche «mela marcia», come l'amministrazione
Bush ha sostenuto assolvendosi; forse fu il picco di una prassi di abusi
sistematica, e certo fu il sintomo del degrado della tavola dei valori della
democrazia americana. Di che cosa fu sintomo Bolzaneto quanto alla democrazia
italiana, di che cosa picco, chi autorizzò le «mele marce» di quella caserma,
chi ci garantisce che altre mele non marciscano? Un processo istruisce queste
domande, ma sta alla politica, e a noi tutti, rispondere.
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Genova G8 .
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