"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri"
(don Lorenzo Milani)

   

 

"Superflui"...Il diritto ad essere umano

noracismnews | 17 Dicembre, 2007 15:54

Un’ analisi che fa riferimento alla (mia) realtà brasiliana… per quanto tempo ancora distante dalla nostra? Di sicuro esiste un drammatico collegamento tra le riflessioni di questo articolo, che ho tradotto per voi e la storia italiana di questi giorni.

operazione di polizia in una favela di Rio De JaneiroNon siamo ancora all’ esasperazione estrema del conflitto contro e ‘tra’ poveri che è in atto in Brasile e più generalmente nei tanti Sud del mondo, nella vera guerra di civiltà del nostro secolo che si combatterà sempre più tra le ‘favelas’ e le città ‘organizzate’, tra i pochi privilegiati e gli ultimi della terra, i milioni di “superflui” come li definisce Adriana Facina.

Ma è certo che il sistema che li produce è già da tempo una realtà condivisa. La globalizzazione, da questo punto di vista, tende a renderci tutti uguali …  e fa paura! Matteo Ghione

Il diritto ad essere umano
di Adriana Facina*
fonte:FazendoMedia” - link articolo
traduzione dal portoghese: Matteo Ghione

"Da un lato, abbiamo un sistema mediatico criminoso che stigmatizza i poveri e tifa per la pulizia etnica che le politiche di (in)sicurezza vengono realizzando nelle periferie e nelle favelas, creando l’ idea di una guerra che fa molta audience e contratti pubblicitari. Dall’ altro, una classe media spaventata  e confusa, priva dell’ esperienza fondamentale di convivenza con le classi popolari che si generava in spazi come la scuola pubblica, ormai svuotata di questa funzione sociale. Non c’è da stupirsi per la proliferazione di discorsi che relativizzano i diritti umani, legittimando pratiche come la tortura e le esecuzioni sommarie e accusando coloro che parlano in nome dell’ agonizzante stato di diritto di essere difensori dei delinquenti. Si tratta di una combinazione esplosiva." "Non potendo più essere incorporata attraverso il lavoro o il consumo, la classe operaia si è andata trasformando in una massa di esseri superflui, oggetto di una criminalizzazione alimentata dai media oligopolizzati e propagandisti del pensiero unico."

L’ origine dell’ idea di “diritti umani” risale quanto meno ai tempi della Rivoluzione Francese, movimento politico che sta alla base della storia contemporanea e colloca le masse come protagoniste di trasformazioni sociali profonde. La prospettiva di base che riuniva tutti i segmenti sociali coinvolti nella rivoluzione era data dalla necessità di creare un ordine nel quale l’ essere umano avrebbe dovuto stare al centro della vita politica e sociale. Niente Re consacrati e nemmeno poteri di origine divina. Spettava agli uomini (nel vocabolario dell’epoca) guidare i loro propri destini.

Più recentemente, sotto l’ impatto degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, il cui saldo di milioni di morti includeva gli assassinati nei campi di sterminio ed anche i civili massacrati dalle due bombe atomiche lanciate sul Giappone, nacque la Dichiarazione Mondiale dei Diritti dell’ Uomo, proclamata dall’ ONU nel 1948. In essa sono condannati abusi e tortura e garantita la libertà di espressione e, tra gli altri, il diritto al lavoro.

All’ interno di questa ottica si cercava di mantenere, anche se in un’ economia capitalista, garanzie minime per una vita degna di tutti gli esseri umani. Ma erano altri tempi, quelli definiti “anni gloriosi”, nei quali le economie capitaliste occidentali crescevano ad un ritmo frenetico e l’ esistenza di un blocco socialista alimentava sogni concreti di rivoluzione.

Più di mezzo secolo dopo, la congiuntura è diversa. La devastazione neoliberista, risposta alle crisi strutturali del capitalismo ed ai movimenti sociali e politici protagonisti della scena politica nelle decadi del 1960/70, esplicitò la contraddizione strutturale tra il diritto alla proprietà privata e la difesa della vita umana. Il compromesso con il profitto e con il mantenimento dell’ (dis)ordine del capitale produsse disoccupazione, frammentazione, individualismo e disperazione nel mezzo dell’ iperconsumismo e della mercificazione radicale della vita umana.

Non potendo più essere incorporata attraverso il lavoro o il consumo, la classe operaia si è andata trasformando in una massa di esseri superflui, oggetto di una criminalizzazione alimentata dai media oligopolizzati e propagandisti del pensiero unico.

In quanto classi pericolose, questi superflui diventano ora oggetti non più di politiche legate al benessere sociale, bensì di una penalizzazione che li condanna alla prigione o addirittura allo sterminio.

In questo contesto mondiale, viviamo in Brasile un’ esasperazione di questa situazione. Campioni in disuguaglianza, senza tradizione democratica popolare, con una scuola pubblica demolita da decenni ed eredi di un ancora vivo e recente passato schiavocratico, assistiamo alla globalizzazione di pratiche da noi conosciute già da molto tempo. Come dice Marcelo Yuca: “In ogni camburão (ndt. l’equivalente dei nostri autoveicoli cellulari della polizia) c’è un po’ di nave negriera”.

Da un lato, abbiamo un sistema mediatico criminoso che stigmatizza i poveri e tifa per la pulizia etnica che le politiche di (in)sicurezza vengono realizzando nelle periferie e nelle favelas, creando l’ idea di una guerra che fa molta audience e contratti pubblicitari. Dall’ altro, una classe media spaventata  e confusa, priva dell’ esperienza fondamentale di convivenza con le classi popolari che si generava in spazi come la scuola pubblica, ormai svuotata di questa funzione sociale. Non c’è da stupirsi per la proliferazione di discorsi che relativizzano i diritti umani, legittimando pratiche come la tortura e le esecuzioni sommarie e accusando coloro che parlano in nome dell’ agonizzante stato di diritto di essere difensori dei delinquenti. Si tratta di una combinazione esplosiva.

Cosa è deflagrato in questa esplosione? La idea stessa di essere umano, di umanità. In ultima analisi, coloro che colpiscono i diritti umani non stanno dicendo che alcune persone hanno diritti ed altre no. Bensì che alcune sono effettivamente umane, in quanto le altre non meritano questa designazione. La questione sta nel definire chi decide dell’ umanità di qualcuno. Tutti finiscono prigionieri di questa logica perversa. Tanto quelli che vengono giustiziati nelle favelas, quanto quelli che diventano paladini di crociate moralizzatrici e violente di playboy picchiatori oriundi della classe media.

Il bambino della favela che muore davanti a casa colpito al petto da uno sparo della polizia e l’ altro che si prende una pallottola in testa, arrivata probabilmente da una lussuosa abitazione di un quartiere ancora più lussuoso. Ogni volta che un capitano Nascimento** è chiamato, muore un po’ della nostra umanità.

Decenni addietro, uno dei nostri maggiori poeti, il pernambucano Manuel Bandiera, scrisse una poesia che considero più attuale oggi di allora:

Ieri ho visto un animale
Nell’ immondizia del cortile
Cercando cibo tra i detriti.

Quando trovava qualcosa
non la esaminava e nemmeno la odorava:
Inghiottiva con voracità.

L’ animale non era un cane,
Non era un gatto,
Non era un ratto.

L’ animale, mio Dio, era un uomo.

(*) Adriana Facina é antropóloga, professoressa del Dipartinento di Storia della UFF, membro dell’ Osservatorio dell’ Industria Culturale e autrice dei libri Santos e canalhas: uma análise antropológica da obra de Nelson Rodrigues (Rio de Janeiro, Civilização Brasileira, 2004) e Literatura e sociedade (Rio de Janeiro, Jorge Zahar, 2004).

**La truppa d'elite
Il film sulla violenza delle favelas carioca che ha sconvolto il Brasile
scritto per Peacereporter da Serena Corsi  -  Link articolo

Tropa de EliteQuando il giovane astro nascente del cinema brasiliano Wagner Moura accettó il ruolo del capitano Nascimento nel film Tropa de Elite, non si aspettava certo di diventare in queste vesti un idolo per gli spettatori e in particolare per il pubblico adolescente. Tutt’altro: nelle intenzioni del regista José Padilha, il personaggio Nascimento doveva dare un volto alla corruzione e alla violenza coltivate in seno alla polizia di Rio de Janeiro e denunciare le quotidiane violazioni dei diritti umani commesse nelle favelas carioca dal Bope (Battaglione di Operazioni Poliziesche Speciali), col pretesto di decapitare il narcotraffico.

Versione pirata.  La maggior parte dei brasiliani ha finito per guardarlo nella versione pirata ed era inevitabile: per settimane, prima che uscisse nelle sale, non c’é stato giorno in cui la stampa nazionale non gli dedicasse almeno un editoriale, un commento dell’esperto, un’intervista al regista o all’intellettuale di turno, mentre, contro i risvolti politici del film, si tuonava sia da destra - accuserebbe ingiustamente la polizia esagerando le operazione militari - che da sinistra - farebbe apologia della tortura. C’é chi lo taccia di rendere la violenza un vile spettacolo, e chi l’ha giá nominato il film brasiliano migliore di sempre, piú coraggioso del Cidade de Deus che nel 2000 descrisse la vita nelle favelas al mondo intero. Con questi presupposti, è quasi impossibile farsi un’opinione delle sue qualità artistiche. Tutto passa in secondo piano rispetto al quadro che ne esce: un occhio europeo si spalanca inorridito davanti ai soprusi poliziali , grida allo scandalo, alla rimozione dei vertici. Perché, allora, molti brasiliani hanno finito per rovesciare le intenzioni del copione, vedendo nel cinico capitano Nascimento l’eroe della pellicola?

Come in un video game. Il film, nella fretta di ritrarre la guerra fra narcotrafficanti e Bope ( il cui simbolo é un coltello conficcato in um teschio), finisce per decontestualizzare la realtá della delinquenza nelle favelas. I militari del film, anziché in una baraccopoli abitata in stragrande maggioranza da persone che subiscono la mafia piú che appoggiarla, sembrano penetrare in un territorio da video game, interamente nemico, generalmente malvagio. In Tropa de Elite tutti fanno a gara ad assecondare la spirale della violenza – dalla Ong che tratta coi narcos, ai figli della borghesia che li disprezzano ma che ne consumano il prodotto. Vengono implicitamente poste domande interessanti: é possibile sradicare il traffico illecito di droghe in uno Stato che le proibisce, a fronte di milioni di consumatori di tutte le classi sociali? In un paese con un florido mercato della corruzione a tutti i livelli, fino a che punto é sensato - e conveniente - mantenersi onesti a tutti i costi? Infine, puó un poliziotto singolo essere onesto in una polizia fuori controllo?

Paranoia della violenza. Ma sono domande che il film suscita, ancora una volta, a un occhio europeo. Fra i brasiliani che hanno visto il film é stata ben piú diffusa la domanda: é giusto che la polizia torturi per ottenere informazioni? La risposta della pellicola potrebbe essere sí: solo torturando un criminale il capitano Nascimento riesce a ottenere le informazioni di cui ha bisogno per continuare la sua crociata. Il livello di paranoia che si respira in Brasile rispetto alla criminalitá ha trasformato i narcotrafficanti delle favelas in nemici pubblici da elimiare a tutti i costi, non importa a quale prezzo etico, politico o sociale.La giustizia sommaria é giustificata purché si ristabilisca l'ordine, non importa quanti morti collaterali presenti il conto. Il regista di Tropa de Elite non si raccappezza, oggi, di essere chiamato fascista dalla sinistra, e concede interviste a ripetizione in cui si lamenta che buona parte della societá brasiliana usi il film per legittimare una volta per tutte i suoi peggiori istinti.

Il male delle baraccopoli. Eppure la tolleranza zero in atto a Rio de Janeiro, e portata fieramente avanti dal governatore Sergio Cabral, da piú di un anno va facendo decine di morti innocenti, collaterali, senza che la societá brasiliana si indigni piú di tanto. Il messaggio di Cabral centra la vocazione degli elettori quando assume che la barbarie si combatte con la barbarie, e che la repressione è efficace solo se rinuncia alla sgradevole postilla dei diritti umani. I capitani Nascimento che popolano numerosi le squadre di Cabral possono sentirsi, come le benedizioni di milioni di connazionali, i cavalieri del bene contro il Male delle – e non nelle - baraccopoli. Cosi, mentre i bambini delle favelas smettono anche di andare a scuola per il timore delle madri che nel tragitto si becchino una pallottola vagante , aggiungendo l’ennesimo tassello all’ignoranza e all’emarginazione che in futuro potrebbe spingerli nelle mani dei narcos, nei quartieri bene di Rio si aspetta e si spera che Nascimento giustizi l’ultimo dei narcotrafficanti . Come se, dopo di lui, non ci fosse giá qualcuno pronto a prendere il suo posto per continuare la guerra. Intanto, le sparatorie sono giá diventate un macabro reality:il 17 ottobre,a pochi giorni dalla presentazione ufficiale del film, il tg nazionale ha trasmesso un video che registrava dall'elicottero della polizia l'inseguimento di due presunti narcos nella Favela de Coreia, e che terminava con la loro esecuzione. Uno spettacolo per tutti, trasmesso all’ora di cena.

La dittatura della violenza
A Rio de Janeiro, negli ultimi 14 anni, sono scomparse oltre diecimila persone

di Stella Spinelli – Peacereporter

Sono oltre diecimila, esattamente 10.464, e di loro non si hanno più notizie. Sono i desaparecidos, gente scomparsa negli ultimi 14 anni, figli, fratelli, padri mai più tornati a casa, ingoiati dall'oblio. Siamo in Brasile, nel democratico Brasile, più precisamente a Rio de Janeiro, la città del carnevale e delle belle donne, ma anche delle 630 favelas, alveari di casupole di legno abitate da milioni di poveri che altro non conoscono se non l'arte di arrangiarsi. A qualunque costo. È in quella terra di nessuno, dove anche lo Stato deve sgomitare per farsi posto, che si registra questa tragica situazione.

cidade de deusCriminali punto e basta. È l'anarchia a farla da padrona nella periferia di Rio. La criminalità organizzata sguazza in uno stagno di povertà, impunità e desolazione, e si erge quale factotum che tutto controlla. Basata sul narcotraffico, sul contrabbando di armi, su pizzi e contributi estorti alla gente dei villaggi, la malavita si fa strada a suon di colpi d'arma da fuoco. Uccide l'adepto che ha sbagliato, o quello che ha tradito; si improvvisa in estemporanei duelli con pattuglie di polizia la squadre di militari spedite a dare quanto meno la parvenza della presenza statale; si scontra in quotidiani far west con bande rivali per il controllo del territorio ed si guarda le spalle da bande paramilitari, che si improvvisano tutori dell'ordine a suon di mitra. Tutto questo, alla faccia di donne, bambini, anziani, famiglie che tentato di vivere una vita decente in una zona che di decente ha ormai ben poco.

La guerra delle favelas. Il 70 percento dei desaparecidos denunciati dal dipartimento Omicidi della capitale carioca, e resi pubblici dal quotidiano brasiliano O Globo, sono vittime proprio di narcotrafficanti, polizia e milizie. E si tratta di un numero 54 volte superiore a quello riguardante le sparizioni durante la dittatura militare in Brasile. Se poi si aggiungono le migliaia di morti degli ultimi anni – 1631 solo da febbraio scorso, in base al conto tenuto dal sito internet made in Brasile Rio body count – il quadro è presto fatto. A Rio c’è una vera e propria guerra, che tiene fuori dalla porta democrazia e stato diritti. A Rio c’è una vera e propria dittatura, la dittatura del terrore.

favelasAlmeno i corpi. Le famiglie degli scomparsi non si danno pace. Da anni reclamano informazioni sui loro congiunti, generalmente giovani, molti dei quali minorenni. Le regole del gioco criminale sono spietate: i cadaveri scomodi vengono sotterrati alla zitta in luoghi ameni per evitare problemi con la polizia. Chi è eliminato non ha nemmeno il diritto a un funerale. E, a quanto raccontato alla polizia da alcuni narcos ‘pentiti’, prima di essere uccisi, vengono persino torturati. Anzi, durante un processo, uno di questi delinquenti raccontò, davanti alla madre di uno dei giovani desaparecidos - la quale svenne - che prima di finirlo, al ragazzo furono tagliate le narici con le forbici. E, durante il percorso fino al luogo della sepoltura, li vennero tagliati uno a uno ogni dito, le orecchie e la lingua. Un'altra volta la vittima venne squartata ancora in vita e i pezzi del cadavere vennero poi sparpagliate.

favelasLibertà d'informare. Una sorte simile toccò anche a un giornalista. Si chiamava Tim Lopes e lavorava per O Globo. Prima di venir ucciso a colpi in testa, venne barbaramente torturato. Poi i suoi resti vennero carbonizzati. A raccontarlo, uno dei delinquenti che prese parte al commando omicida, arrestato dalla polizia. Nelle favelas, il narcotraffico “ha imposto il suo codice di leggi marzial”, ha commentato l’ex ministro della Giustizia e attuale presidente della Commissione diritti umani dello stato di San Paolo. La sparizione dei corpi non è che una delle conseguenze della violenza che impera nelle favelas, dove la gente ci vive e ci muore non gode degli stessi diritti fondamentali degli altri cittadini. Le favelas sono un posto altro dal Brasile delle cartoline. Sono la faccia oscura di una gigante in marcia verso il boom economico, energetico, alimentare. E i governanti lo sanno. Per questo Lula sta investendo fette copiose del bilancio federale nel risanamento urbano e nella lotta alla violenza. Ma poco si sta facendo, ancora, per combattere disoccupazione e analfabetismo. Non è militarizzando che si risolvono le gravi piaghe sociali. Questa gente dovrebbe prima di tutto avere il diritto di vedere la presenza dello Stato negli occhi di insegnanti e assistenti sociali, e non solo nelle canne di fucile in dotazione all’esercito.

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