"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri"
(don Lorenzo Milani)

   

 

Percorsi di integrazione a rischio di retorica

noracismnews | 15 Dicembre, 2007 04:02

Da poco inaugurata, la Città della storia dell'immigrazione di Parigi si concentra sulle testimonianze della vita e dell'opera dei lavoratori immigrati oltralpe. Ma puntando l'attenzione prevalentemente sul passato, tende a trascurare le tensioni dell'oggi  di René Capovin

Città della storia dell' immigrazione a ParigiIn Francia i dibattiti quotidiani su identità, banlieue e integrazione si interrompono solo per lasciare spazio ad altri dibattiti sul riemergere del passato-presente coloniale: nel giro di pochi giorni si è passati dagli scontri in un sobborgo di Parigi alla visita di Sarkozy in Algeria, nella freddezza dell'ex colonia e nel divampare di polemiche in patria. Per questo, ragionare sul senso e sul futuro della Cité nationale de l'histoire de l'immigration (www.histoire-immigration.fr), inaugurata in ottobre nella capitale francese, può rivelarsi utile per toccare un nodo cruciale della Francia di oggi e della modalità con cui il paese sceglie di confrontarsi con il resto del mondo. Il fatto, poi, che questo «resto del mondo» fosse, in tempi ancora relativamente recenti, pieno di italiani (fino agli anni '60, la maggioranza relativa degli immigrati d'oltralpe) fa della Francia, e in particolare della Cité, uno specchio interessante in cui riflettersi, e su cui riflettere.
Rassicuranti pannelli
Costruito nel 1931 nientemeno che per l'Esposizione Coloniale, l'edificio che ospita la Cité è stato dapprima sede del Museo della Francia d'oltremare e in seguito del Museo delle arti africane e d'Oceania, le cui collezioni sono adesso state trasferite al Musée de Quai Branly. Oggi, la prima cosa che si presenta al visitatore è il grande bassorilievo esotico (frutta, oggetti, selvaggi, divinità e via dicendo), che ricopre totalmente la facciata e che nelle intenzioni del suo autore, Alfred Janniot, doveva esprimere la ricchezza delle colonie francesi. Lo precedono però numerosi pannelli, disposti nel giardino antistante, che delineano gli scopi della Cité e che sembrano, al contempo, voler rassicurare il pubblico («sì, la Città della Storia dell'Immigrazione in Francia è davvero qui»).

Sono già questi pannelli, così come la brochure di presentazione, a sottolineare che lo scopo della Cité è «fornire un contributo al riconoscimento dei percorsi di integrazione delle popolazioni immigrate nella società francese e all'evoluzione degli sguardi e delle mentalità sull'immigrazione in Francia». In altri termini, si tratta di inserire, a pieno titolo e in pianta stabile, la storia dell'immigrazione nella storia della Francia: la Cité prende parte a questo «lavoro simbolico» estendendo la definizione del «patrimonio comune» e della «cultura legittima» della Repubblica fino a comprendere le tracce materiali e le memorie degli uomini e delle donne immigrate. Il progetto prevede una mediateca (dove fra l'altro verrà ospitato un archivio orale di storie di vita), un auditorium e una «galleria dei doni» (oggetti e ricordi lasciati da singoli visitatori), non ancora attivi. Attualmente, sono aperti al pubblico la «piazza» della Città (un ampio spazio, al piano terra, in cui i visitatori possono sostare e accedere a un chiosco informativo, gestito da associazioni) e un museo articolato in una esposizione permanente (terzo piano) e in spazi per esposizioni temporanee (secondo e terzo piano), che è già stato visitato, nei primi due mesi di vita dell'istituzione, da circa sessantamila persone.

Ingrandimenti e sovrapposizioni
L'esposizione permanente, al momento la parte più rappresentativa della Cité, è uno spazio di oltre mille metri quadrati scandito in una serie di aree tematiche (il viaggio, l'accoglienza, le condizioni abitative, il lavoro...). Oggetti, immagini e racconti di immigrati sono accompagnati da filmati, installazioni, commenti sonori (canzoni, discorsi o composizioni di artisti) e da tavole che sintetizzano l'evoluzione dei vari fenomeni trattati (per esempio, la successione dell'inserimento lavorativo degli immigrati). La prima parte dell'esposizione si concentra sulle narrazioni di persone immigrate che hanno consegnato al museo, in via temporanea, oggetti per loro significativi - fotografie, vestiti, perfino una fisarmonica e una maglia da portiere di calcio - esposti dentro teche colorate. A mano a mano che si procede nella visita, appare tuttavia chiaro che le orecchie sono sollecitate quasi quanto gli occhi: il passaggio da un tema all'altro è anche un passaggio tra diversi spazi sonori (non mancano le sovrapposizioni), e le cuffie distribuite all'ingresso sono una dotazione assolutamente indispensabile per seguire il percorso espositivo. È interessante però notare come l'unica lingua udibile, a parte alcuni canti da stadio inglesi nella parte dedicata allo sport e pochi altri inserti del genere, sia il francese, e non sia disponibile nessuna traduzione.

Particolarmente coinvolgenti, per la ricca documentazione fotografica e per la qualità delle installazioni artistiche, sono le parti dedicate all'abitazione e al lavoro. Per quanto riguarda la casa spiccano fra l'altro un letto a castello a sei piani pieno di borse da viaggio e diverse fotografie di automobili stracariche di motorini, biciclette, mobili di cucina, sorta di «macchine-casa» in equilibrio tra rappresentazione artistica e realtà. Al lavoro è invece dedicato un accurato gioco di ingrandimenti e sovrapposizioni di una serie piuttosto ampia di immagini d'epoca, che documentano un lavoro quasi esclusivamente maschile e sono caratterizzate da una retorica piuttosto rétro. Se non di epica, è certo possibile parlare di realismo solenne, che è certo «dentro» le fotografie, ma anche, forse soprattutto, nel modo in cui vengono presentate.

Il tema del lavoro è, in effetti, uno dei fulcri del progetto della Cité: l'idea di mostrare il contributo degli immigrati alla costruzione della Francia, in questo senso, va intesa come il tentativo di mettere in primo piano l'opera degli immigrati che hanno scavato, tornito, saldato, edificato.

Per quanto possa apparire riduttivo, non è azzardato analizzare questa «città» in larga parte ancora da terminare partendo dal suo museo: in fondo, la Cité nasce proprio da un'associazione per un museo dell'immigrazione, costituita nel 1992 da un gruppo di storici e militanti, idea raccolta e rideclinata a livello politico dal socialista Jospin, e infine rilanciata e realizzata dal conservatore Chirac. Al di là delle sue soluzioni estetiche, al di là della storia che non racconta (la storia della Francia coloniale - quanto scindibile da quella degli immigrati dalle colonie in Francia? - di cui il fantasmagorico Musée du quai Branly rischia di essere il surrogato stabile), il museo della Cité pare dichiarare che il punto focale si situa nel rapporto tra pluralità delle storie migratorie e unità di una storia dell'integrazione in Francia.

Una storia unitaria
In particolare, il rischio (o forse la tendenza, se si considerano con attenzione alcuni passaggi dei materiali di presentazione) pare consistere nella costruzione di una «città» che si limiti a «citare» la pluralità e le tensioni delle storie migratorie (immigrati e rifugiati italiani, centinaia di migliaia di esuli della Spagna franchista, ex colonizzati dall'Africa e dall'Oceania, fino ai clandestini e «immigrati scelti» di oggi), enfatizzando il risultato finale di una Repubblica dal passato mosso, ma dal presente quasi pacificato.

A questo riguardo, va ricordato che l'obiettivo di contribuire «all'evoluzione degli sguardi e delle mentalità sull'immigrazione in Francia», se focalizzato prevalentemente sul passato, ha un inconveniente considerevole: tale riconoscimento può benissimo coesistere con uno sguardo e una mentalità «bloccata» sull'immigrazione di oggi. Sia chiaro, è del tutto comprensibile che questa «città» nazionale (e questo museo statale) siano orientati a inscrivere le memorie individuali e di gruppo in una storia unitaria, allargata e per questo legittima: questa, del resto, pare essere stata l'intenzione originaria, tutta francese, delle associazioni e degli storici che hanno per primi promosso il museo. Nondimeno, tenere viva una tensione verso il presente della Francia, e verso il presente degli immigrati in Francia, pare condizione necessaria per un futuro vitale, e non puramente «museificato», della Cité. Diversamente, il rischio è quello di trasformare la storia, intesa come sintesi di memorie e lavoro scientifico, in epopea.

Il Manifesto -14.12.07 

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