E l’Africa si ribella agli accordi capestro Ue

Summit Lisbona No di
Senegal e Sudafrica agli Epa
Il vertice
afroeuropeo si chiude con un piano di azione per rafforzare i legami tra i due
continenti. Ma il caso Mugabe e la creazione di un’area di libero commercio
dividono i leader

di Stefano Liberti – Inviato a Lisbona de Il Manifesto 11.12.07

AfricaI responsabili dell’Unione europea (Ue) e dell’Unione
africana (Ua) lo hanno ripetuto fino alla nausea. Il summit di Lisbona apre «un
nuovo spirito» e segna un «mutamento radicale nei rapporti tra i due
continenti». Lo ha segnalato, nella conferenza stampa finale, il primo ministro
portoghese e presidente di turno dell’Ue José Socrates. Lo ha ribadito il capo
di stato del Ghana e presidente di turno dell’Ua John Kufuor, tessendo le lodi
del nuovo «Lisbon mood». Si è così deciso di adottare un piano di azione su tre
anni per rafforzare i legami tra i due continenti e di convocare un nuovo
summit nel 2010 in
Libia. Ma alcune ombre sembrano incupire i sorrisi e le
dichiarazioni solenni rilasciate in chiusura di questo vertice, che ha riunito
per due giorni nella capitale portoghese circa 70 capi di stato e di governo
europei e africani. Oltre alla questione Zimbabwe, che visto un fossato aprirsi
tra detrattori e difensori di Robert Mugabe e lo stesso presidente attaccare
quei paesi europei che «pretendono in modo arrogante di conoscere l’Africa e lo
Zimbabwe meglio degli africani», l’altra gigantesca ombra si chiama Accordi di
partenariato economico, i famosi Epa che la Commissione europea
vorrebbe firmare con i paesi Acp (Africa-Caraibi-Pacifico) entro il 31
dicembre. In quella data scade, per disposizione dell’Organizzazione mondiale
del commercio (Wto), il regime di accesso preferenziale ai mercati europei
delle merci di questi paesi, stabilito dai vecchi accordi di Cotonou. Per
sostituirli, la
Commissione europea vuole creare una gigantesca zona di
libero scambio tra Europa e Africa, abolendo i dazi doganali e garantendo
l’accesso alle merci di entrambi i blocchi senza protezioni. Una prospettiva
che non solo le organizzazioni della società civile, ma anche molti capi di
stato africani, vedono come il fumo negli occhi, perché metterebbe in ginocchio
molti settori fondamentali dell’economia di vari paesi sub-sahariani.

Così il presidente senegalese Abdoulaye Wade ha ribadito
domenica che «l’Africa non vuole gli Epa. E’ perfino inutile parlarne». Unico
capo di stato africano a convocare due conferenze stampa aperte a tutti, Wade
si è trasformato nel portavoce del rifiuto degli Epa, tanto che per protesta ha
voluto abbandonare il vertice in anticipo. Ma la sua è tutt’altro che una voce
isolata: anche il presidente sud-africano Thabo Mbeki in sessione plenaria ha
proposto che la questione degli Epa venga sottratta alla Commissione europea e
delegata alla presidenza di turno. Non è infatti un segreto per nessuno che
molti stati membri dell’Ue non sono d’accordo con l’attitudine
iper-liberalizzante della Commissione. La proposta sudafricana è stata respinta
perché, come si è affrettato a sottolineare il premier portoghese Socrates, la
«questione è di pertinenza della Commissione».

José Manuel Barroso, da parte sua, continua a difendere
gli accordi di partenariato. Il presidente della Commissione li ha definiti
«un’opportunità per l’Africa» e ha difeso il suo operato, riconoscendo che
esistono incomprensioni «con due o tre paesi» e che gli Epa suscitano «il
comprensibile timore che sempre suscita una cosa nuova». La verità è che la Commissione negli
ultimi tempi ha cercato di spezzare il fronte dei paesi africani e delle varie
organizzazioni regionali per ottenere il massimo numero di firme possibile. Una
politica di divide et impera denunciata in modo netto da diversi partecipanti
al vertice, in primis il presidente della Commissione dell’Unione africana
Alpha Oumar Konaré.

In questo dialogo tra sordi, alla fine un compromesso
minimo è stato raggiunto. Entro il 31 dicembre la Commissione europea
propone la firma di accordi temporanei, «per evitare un’interruzione nel regime
commerciale tra i due blocchi». Di questi accordi, già accettati in linea di
principio da vari paesi, si discuterà nel Consiglio europeo di venerdì
prossimo. Di fronte alla levata di scudi africana e alle perplessità sollevate
da alcuni membri Ue (fra cui anche l’Italia), la Commissione annuncia
di volersi mostrare «più flessibile». Alcuni salutano questa dichiarazione di
intenti come dimostrazione della nascita del nuovo «spirito di Lisbona». Altri,
come il senegalese Wade che se n’è andato sbattendo la porta, come l’ennesimo
trucco di una Commissione che sugli Epa non la smette di giocare sporco.

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