"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri"
(don Lorenzo Milani)

   

 

Da questa parte del mare

noracismnews | 12 Novembre, 2007 17:21

Il Premio Tenco 2007 per il miglior disco è andato a Gianmaria Testa con “Da questa parte del mare”, un concept album dedicato al tema dell’emigrazione

Gianmaria TestaQuando i migranti eravamo noi.
di Giorgio Maimone - fonte: La Brigata Lolli/recensioni

"Storie di ordinari migranti, rese poesia, rese musica, rese canzoni. Per pensare ed emozionarsi insieme."

Non cercate un sorriso qua dentro. Non lo troverete. Non cercate redenzione o speranza, perché non ve ne sono. Gianmaria Testa ha prodotto un disco rigoroso e serio, triste e compreso, intenso e violentemente poetico, dove l’ombra di un sorriso è sfiorato solo in un pezzo, ma è un sorriso ironico e disperato, dalla parte degli ultimi. “Dal letame nascono i fiori” diceva il più grande tra i cantautori, e qui “hanno posato sul banco dei fiori”, intorno ai garofani e alle gardenie, il frutto di uno “sgravidamento sul suolo pubblico comunale”. E’ l’unico sorriso, contenuto ne “Il mercato di Porta Palazzo”.

Per il resto “Da questa parte del mare” parla dei moderni migranti, parte da un episodio reale, vissuto dal cantautore 14 anni fa su una spiaggia dell’altro Adriatico, quando sono stati ripescati in mare clandestini scaricati dalla stiva di un cargo. Uno di loro morì. Gianmaria Testa però è un poeta e la sua voce è forse profonda e scura, ma non “potente e adatta per i vaffanculo”, come scriveva De André. Preferisce, ora che ha deciso di parlarne, di non scrivere “per loro”, ma di scrivere “per tutti quelli che come me stanno da questa parte del mare”, anche per ricordarci che, nemmeno 100 anni fa i migranti eravamo noi.

Ne esce una suite in undici episodi, un concept album sul viaggio, inteso come fuga alla ricerca di una nuova patria, di un biglietto per la sopravvivenza, se non per una vita meno agra. Una vita comunque macchiata dal “colore dell’offesa / e un abitare magro e magro / che non diventa casa”. Mirabilmente orchestrato dalla direzione artistica di Greg Cohen, bassista americano e vecchio sodale di Tom Waits e con la partecipazione di ospiti eccezionali come Bill Frisell alla chitarra e Paolo Fresu alla tromba, Gianmaria Testa dà alle stampe un album che è un vero urlo nel piattume della musica, anche cantautorale, di questi anni.

Violoncelli e fisarmoniche, chitarre e clarinetti (Gabriele Mirabassi) formano il delicato tessuto armonico su cui si stendono le figure retoriche costruite con cura e con cura distillate in versi dal cantautore cuneese. E’ un disco che non si può passare sotto silenzio, ma non è nemmeno un album facile. Bisogna ascoltarlo con attenzione, anche quando la voce diventa solo un sussurro e rischia di perdersi nell’ordito più forte della musica. Soprattutto bisogna “sentirlo” più che ascoltarlo. E avere voglia di sentirlo. Non è certo un disco per tutti i momenti e tutte le stagioni, né da radio o autoradio.

E’ un radiodramma, è teatro da camera, è musica dell’anima che tra strazi e sofferenze, si arrampica fino a vedere il riflesso del cielo, sulla superficie del mare in cui magari affogare. Difficile mantenere la stessa tensione per tutti i brani: ogni tanto la stoffa cede e qualche strappo si intravede, ogni tanto il colore è così cupo che si cercherebbe uno sprazzo di luce o almeno una speranza di sole. Quando questo accade abbiamo attimi che rasentano il sublime. Come in “Rrock” con parole che si abbattono come mazzate, sull'incedere della chitarra elettrica di Bill Frisell, e con una lunga coda finale vocalizzata che richiama altri mondi e altre culture. Saggezza e rassegnazione dei vecchi, disillusione dei giovani. "E mio padre non c'è/ è rimasto da solo a masticare la strada / perché dice che tanto / sarà guerra comunque / e dovunque si vada".

O ancora in “Ritals”, dedicato alla memoria di Jean-Claude Izzo, grandissimo autore noir francese, e improntato sul matrimonio nickdrakiano tra chitarra acustica e violoncelli. Tanto disincarnato, tanto poco terreno che ti si scioglie tra le mani, come nebbia leggera, come nuvole sfilacciate dal vento. E le parole sono foglie che si affidano alla corrente e si fanno portare lontane. E ti si offrono come zattere per portarti lontano. Forse ancora fino al mare.

Storie di ordinari migranti, rese poesia, rese musica, rese canzoni. Per pensare ed emozionarsi insieme.

 

 

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