"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri"
(don Lorenzo Milani)

   

 

«Il mio viaggio, dall'Eritrea all'Italia»

noracismnews | 19 Dicembre, 2007 15:39

Mussie Zerai, eritreo che vive a Roma da più di 15 anni, è il responsabile dell’ong Habesha, un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti africani. Dal viaggio alla casa al lavoro ai documenti, Mussie racconta le difficoltà di una persona che arriva in Italia dall’Africa. Nel suo racconto il dramma dei migranti eritrei e, una volta di più, le gravissime responsabilità della Fortezza Europa e dell’ Italia. «L’Europa sta costruendo un muro, e così facendo è diventata complice delle violazioni dei diritti umani di tutti quei paesi che si affacciano sul Mediterraneo», conclude Mussie

L’Europa costruisce muri, e l’Italia è la prima a mettere mattoni
di Marzia Coronati – fonte: Amisnet [sul sito sono presenti i contenuti audio]

migranti eritreiMussie Zerai, dell’ Associazione Habesha, è a Roma dal 1992. Quando è arrivato in Italia dal suo paese, l’Eritrea, possedeva un visto regolare e il viaggio lo ha fatto a bordo di un aereo. Se volesse venire opggi in Italia, dovrebbe prima di tutto attraversare la frontiera tra Eritrea e Sudan. «La legge in Eritrea prevede che chiunque al di sotto di 50 anni per gli uomini e 40 anni per le donne non possa lasciare il paese, per cui si è costretti a fuggire di nascosto, spesso corrompendo le guardie, perchè l’ordine del governo è quello di sparare a chi tenta di superare la frontiera», ci dice Mussie. Una volta in Sudan, gli eritrei si ritrovano abbandonati a se stessi. Possono solo sperare che chi è partito prima di loro li ospiti sotto un tetto così da racimolare qualche soldo per continuare il viaggio. Spesso il governo sudanese, di concerto con quello eritreo, organizza delle retate per rimpatriarli. Le persone in Sudan non si sentono sicure e sono incentivate a proseguire il viaggio verso Nord. «Se ci fossero la possibilità di presentare la richiesta d’asilo in Sudan, con un programma di rinsediamento nei paesi europei, tanti rischi si eviterebbero», continua Mussie. Dopo il Sudan, c’è il deserto. «Un’insidia gigante–racconta Mussie–Paghi per andare dal Sudan alla prima città che si incontra, Cufra per esempio, però poi a metà strada l’autista che hai pagato ti fa scendere e tu dovrai pagare di nuovo a un secondo autista, se non hai i soldi rimani lì, nel deserto». Molti vengono presi dai militari e trattenuti in una delle 21 carceri della Libia, finanziate anche dal governo italiano, dopo essere stati ripuliti di tutto quello che hanno. Anche qui si conta sulla solidarietà di parenti e amici per farsi finanziare la liberazione e il proseguo del viaggio. Cioè la traversata del Mediterraneo. In Italia, il primo trauma è l’impatto con i Cpt, «Finite le prime identificazioni, ti viene detto: ‘Questo è il cancello: vai!’–racconta ancora Mussie–Così ci si aggrega nelle grandi città, come Roma e Milano, in cerca di amici, parenti, conterranei». A Roma gran parte degli africani vivono in case occupate, ad esempio alla Romanina. Qui in un palazzo di sette piani che era stato affittatto del comune per essere messo a disposizione per eritrei, etiopi, somali e sudanesi vivono circa 600 persone. Era stato presentato un progetto, in collaborazione con il X municipio, per creare un centro di seconda accoglienza, ci ha spiegato Mussie, dove si sarebbero potuti offrire corsi professionali e di lingua per accompagnare i migranti alla autonomia. Questo progetto non è stato totalmente approvato dal comune, che ha proposto di trasferire le persone in altre strutture, ma i migranti hanno rifiutato perchè sono stanchi di essere traferiti da un centro a un altro, in posti che più che case sembrano ghetti.

Anche l’accesso al mondo del lavoro è complicato. «L’immigrato oggi in Italia ha gli stessi doveri degli italiani, ma non ha gli stessi diritti– ci dice Mussie–non ha il diritto di voto, non può accedere all’impiego pubblico, non può accedere a un certo tipo di lavoro anche se ha dieci lauree, eppure paga le tasse come tutti. La precarietà che investe i cittadini italiani investe anche i migranti». Indietro, in Africa non torna quasi nessuno. L’accordo di Dublino prevede che il primo paese in cui si approda è quello che ti deve ospitare. Chi prova ad andarsene dopo avere registrato le proprie impronte digitali in Italia, viene rimandato indietro

In più oggi l’Europa, come si è detto anche al recente incontro ull’Africa tenutosi a Lisbona, sta capendo come fare per bloccaregli arrivi, mentre i migranti chiedono di portare avanti un programma di settlement, come accade in altri paesi come l’Australia, perchè le persone che fuggono da guerre o situazioni a rischio vengano accolte nel paese di primo o di secondo approdo.

«L’Europa sta costruendo un muro, e così facendo è diventata complice delle violazioni dei diritti umani di tutti quei paesi che si affacciano sul Mediterraneo», conclude Mussie.

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