"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri"
(don Lorenzo Milani)

   

 

Genova:"Io, prof cacciato perché straniero"

noracismnews | 13 Dicembre, 2007 19:02

Simoahmed KaabourLa scuola si è accorta dopo un controllo casuale che Simohamed Kaabour non è cittadino italiano. Licenziato in tronco. Dopo un mese di supplenza ritirato il registro e contratto sciolto
di Domenica Canchano – fonte http://genova.repubblica.it
«Avevo cominciato già da un mese a lavorare come supplente di lingua francese. Per puro caso, però, la scuola si accorge che sono di origine marocchina e che non ho la cittadinanza italiana. Quel giorno stesso il mio contratto è stato sciolto e il registro degli studenti mi è stato tolto perché secondo la normativa in vigore io non posso insegnare». Le seconde generazioni, insomma, non possono lavorare negli uffici pubblici, non possono partecipare ai bandi, ai concorsi, non possono nemmeno accedere agli albi professionali.
A parlare è Simohamed Kaabour, nato ventisei anni fa in Marocco e arrivato a Genova grazie a un ricongiungimento familiare quando aveva solo dieci anni. Ad attenderlo la madre, casalinga, il papà, cromatore, e i suoi tre fratelli. Lui, Simohamed, seconda generazione, ha finito il proprio percorso di studi a Genova nella Facoltà di Lingue con una laurea in Arabo e Francese. «Ho sempre pensato che lo studio sia la carta vincente per raggiungere obiettivi importanti nella vita. Ma ora mi accorgo che forse non è servito a niente, che tutti gli anni di sacrifici fatti da me e dalla mia famiglia, potrebbero essere stati inutili, perché senza la cittadinanza italiana qui non sei nessuno».

Nonostante il giovane marocchino abbia vissuto più anni a Genova che nel suo paese di origine e parli un perfetto italiano, il Decreto ministeriale 53 del 21 giugno 2007, non tiene in alcun conto lui e tutte le "seconde generazioni" che nascono nel Bel Paese o arrivano in Italia minorenni. Come nel caso specifico di Simohamed, che non ha scelto in prima persona di immigrare bensì è qui perché figlio dell'immigrazione. La normativa prevede, infatti, tra i vari requisiti anche quello di essere cittadino italiano o della Comunità europea.

«Non ci siamo accorti che non avesse la cittadinanza Italiana - spiega la segretaria della scuola Volta-Gramsci di Cornigliano - perché la domanda per la graduatoria l'aveva fatto in un altro istituto. Poi, però, abbiamo controllato e ci risulta che avesse omesso di dichiarare la sua cittadinanza. Purtroppo noi non possiamo fare niente: il regolamento parla chiaro e la scuola automaticamente ha dovuto emettere un decreto di decadenza».

Simohamed fa parte di quei giovani (circa 600 mila i figli di immigrati in Italia), che anche se arrivati in fasce in questo paese sono considerati stranieri e non possono muoversi dall'Italia finché non viene rinnovato il permesso di soggiorno. Ma anche dopo il compimento del diciottesimo anno di età questi ragazzi non avranno gli stessi diritti degli studenti italiani. Anzi, di diritti ne hanno pochissimi in quello che è, a tutti gli effetti, il loro paese: «Quando compilai il modulo per la graduatoria io ero convinto che non fosse essenziale il requisito della cittadinanza Italiana - dice con amarezza Simohamed - . Così scrissi di essere cittadino marocchino e quando mi chiamarono, non pensavo di aver "fatto il furbo" bensì di essere stato scelto per quello che sono: un insegnante qualificato».

Tutto questo si somma, però, all'errore da parte della scuola che nel contratto, firmato da Simohamed e il preside Claudio Fossati, recita "nato a Estero (EE)", dunque extracomunitario. «Quando mi chiedono se mi sento più marocchino o italiano, non so rispondere perché in realtà mi sento tutt'e due. I miei genitori mi hanno trasmesso la cultura marocchina ed è una parte indelebile di me - racconta ancora Simohamed - . Quando ero piccolo alle elementari mi vedevano come uno straniero di cui non si sa niente ma che si vuole conoscere. Oggi, invece, chi arriva è già etichettato e non si ha più la curiosità di sapere chi si ha di fronte. Questo può portare a una discriminazione sociale».

Le seconde generazioni, insomma, non possono lavorare negli uffici pubblici, non possono partecipare ai bandi, ai concorsi, non possono nemmeno accedere agli albi professionali. «Mia sorella - conclude il giovane marocchino - ha fatto domanda per la cittadinanza da cinque anni e solo due settimane fa è stata chiamata per giurare sulla bandiera. Io invece, la domanda l'ho fatta due anni fa e sto ancora aspettando. Chissà se con la cittadinanza potrà cambiare qualcosa…».

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